Farcela comunque

n.5 – POSTMODERNO, L’AMICO IMMAGINARIO

Posted on 6th gennaio 2012 in Articoli // columns

Il libro più citato e meno letto della storia dell’occidente, dopo la Bibbia, è La condizione postmoderna di Jean-François Lyotard. Pubblicato poco più di trent’anni fa, è uno di quei libri che hanno fatto il giro del mondo nutrendo e alimentando dibattiti, idee, visioni del mondo, concezioni dell’arte e della realtà, spunti teorici ed estetici, critici e sociali. Del resto non c’è niente di male in questo visto che l’altro libro citato, la Bibbia appunto, non è mai stato letto dal sottoscritto. Quindi la rassegna della questione non partirà dal biasimo per il peccato dell’incompletezza ma cercherà di capire perché un libro non letto diventa fulcro di un’epoca.
Sfogliando il numero di novembre scorso di “Q” – la rivista inglese di musica – troviamo un piccolo articolo di David Byrne in cui il musicista ci parla del suo postmoderno, visto che è stato invitato ad una importante mostra. Byrne tira in ballo la figlia ventenne per spiegarcelo, ma conclude con onestà di non saperlo bene: lui l’associa alla libertà, all’idea che rompere le regole possa essere considerato un valore.
Su un inserto di “Repubblica” dello stesso periodo trovo casualmente un altro editoriale in cui l’autore, anche lui alle prese col postmoderno, ne passa in rassegna alcune delle peculiarità. Mi sento invaso da questa parola, ogni giorno per caso la incontro per strada declinata in ogni salsa possibile. Ma il punto della questione è che malgrado le sue continue citazioni nessuno sembra aver capito bene quale sia il significato di postmoderno. Postmoderno è una poesia che ciascuno investe del proprio significato preferito. È la parola sulla quale tutti proiettano il proprio senso della modernità. Il critico sociale come se fosse sinonimo di neo-capitalismo, il nerd tecnologo come se fosse sinonimo di “molto cool”. L’artista contemporaneo lo dice per parlare dell’arte astratta, l’architetto per gli edifici futuristici. Insomma mi sembra di capire che il postmoderno sia come un foglio per gli appunti dove ciascuno può finalmente tracciare la propria visione del mondo usando una parola polivalente, multi-sfaccettata, moderna, fresca, radicale e versatile, proiettata in avanti, malleabile e grintosa.
Il risultato, di fatto, è che questo piccolo pezzo di argilla duttile e plasmabile sembri non servire più a nulla. Se non ci mettiamo d’accordo su cosa sia l’azzurro, il verde, il rosso e il bianco ci troveremmo a parlare dei colori del tramonto in un gruppo di daltonici. Il che significherebbe sottrarre il colore alle sfumature, il rosso da Van Gogh e il blu a Caravaggio.
Il postmoderno è divenuto il sinonimo di “quello che vuoi tu”. Detto tuttavia con l’autorevolezza e la legittimità che una bella parola arguta possono conferire al suo portavoce.

narrazioni e storie

Il postmoderno non è un’installazione al Museo di arte contemporanea di New York, non è una tela con uno strappo dentro, non è la musica minimalista, tantomeno quella elettronica minimalista, non è un grattacielo di 138 piani, non è la complessità della nostra società.
Il postmoderno ha a che fare con il sapere, la conoscenza, lo stato della cultura. Con questo termine il suo “inventore” indicava la condizione della cultura in seguito alle trasformazioni subite dalla fine del XIX secolo a causa dei giochi della scienza, della letteratura e delle arti. La caratteristica centrale del postmoderno è la caduta della credulità verso le grandi Narrazioni, quelle con la “n” maiuscola che pretendono di spiegare il mondo attraverso sistemi di pensiero chiusi, omnicomprensivi.
Sono le ideologie, le cosmologie, le dottrine che lasciano fuori il dubbio, il mistero, l’ignoto. Quindi un oggetto predefinito, per esempio proprio la musica elettronica, appartiene a quel gruppo di prodotti umani che celebrano la propria esistenza attraverso un insieme di regole, codici e convenzioni. Per questo rappresenta proprio ciò che il postmoderno non riconosce più. Il postmoderno è il luogo della fine della Narrazione in favore della proliferazione dell’Informazione.
Lyotard ha una capacità predittiva strabiliante, nel 1979 prevede una società dominata dal data-base, una società in cui il potere degli stati-nazione non sarà più incentrato sul territorio quanto sulla gestione dell’informazione. L’altra faccia della medaglia è un sapere fondato su nuove regole in cui la domanda dello studente, dell’uomo d’affari e dello scienziato non sarà più “è vero?”, ma “si può vendere?”.

messaggio strettamente personale

Caro Sig. Lyotard, non solo lei c’ha azzeccato in pieno. Non solo le cose stanno esattamente come diceva lei, le devo dire che l’arte in particolare risente di questa sua visione. Io non so come lei abbia fatto a giungere ad una tale chiarezza di visione, in un momento, per di più, in cui tutti erano presi a disegnare il proprio luogo della salvezza umana.
Nella musica ad esempio, la vendibilità domina su tutto. Addirittura le coscienze vengono forgiate dal numero di copie vendute e tanto più ne vendi e tanto più puoi avere l’autorità a parlare.
L’orizzonte stesso della discografia si disegna sul criterio di vendibilità. Il discografico stesso non ragiona più come un uomo ma come una funzione matematica. Il discografico non ha più gusti musicali, i suoi gusti coincidono col successo di vendite: questo lo rende un ottimo discografico simbolicamente e praticamente.
Ma Sig. Lyotard, glielo dico francamente, chissenefrega della musica, non è questo il punto. Il punto è molto più ampio, invade molti altri settori della vita. Questo senso del giusto e dello sbagliato, del bello e del brutto, del bene e del male, dilaga ovunque. Sempre dominato da un unico parametro: la vendibilità.

vendere

Le parole talvolta nascondono delle sorprese impreviste. Il verbo “vendere” dal neutro significato di “cedere qualcosa a qualcuno in cambio denaro”, se declinato nella sua forma riflessiva diviene “vendersi”.
E “vendersi” non è un bel verbo. Ora, cucito addosso a una persona, questo verbo indica assenza di dignità, perdita di valore, annullamento di affidabilità: un cortigiano al servizio del maggior offerente.
Quale credibilità ha un individuo che “si vende”? Esiste un dominio della vita in cui “vendersi” può essere considerato un valore?
No, non esiste. Però c’è uno stratagemma comunicativo che può permettere di farlo con ottimi risultati di approvazione: la razionalità. Quando il grande antropologo francese Claude Lévi-Strauss affermava che uno delle grandi lezioni imparate durante gli anni degli studi di filosofia fu la capacità di dimostrare la superiorità dei tram sugli autobus e viceversa, sta dicendo proprio questo. Il tram, elettrico e meno inquinante, l’autobus, più scattante e manovrabile: le loro caratteristiche possono essere contrapposte in molto modi diversi per dimostrare il primato di uno sull’altro e viceversa. Dipende dalle condizioni del discorso, dai giochi linguistici utilizzati, dalla capacità oratoria.
Questo è il gioco linguistico: la forza propulsiva della parola in favore del suo contenuto. L’arma quotidiana del politico politicante: l’anima dell’esercizio del potere.
Non dobbiamo cadere dalle nuvole, tutto può essere dimostrato e difeso. Ce lo insegna la storia e tutti coloro i quali dalla storia hanno subito il dramma dell’emarginazione, dell’isolamento e della discriminazione. Posso dimostrare la superiorità del nero sul bianco, del bianco sul nero, dell’uomo sulla donna, del giovane sul vecchio, del vecchio sul giovane, della destra sulla sinistra, della sinistra sulla destra, dell’analogico sul digitale, dello stereo sul surround. Posso dimostrare tutto, qualsiasi cosa ci venga chiesta.
È il lavoro del pubblicitario, il venditore di idee più sfacciato, rinomato e autorevole della nostra società. Colui il quale sposta l’asse della conoscenza dal vero all’utile.

vie di fuga

Lyotard si è spinto oltre nella sua geniale analisi della condizione della cultura del nostro tempo. Ha colto l’essenza dei suoi dispositivi più profondi ma allo stesso tempo ha dato per scontato che essi sarebbero stati accolti, capiti e metabolizzati dai suoi protagonisti.
I suoi protagonisti invece sono molto più sfacciati di quanto pensasse e usano correntemente I giochi linguistici per piegare la realtà al proprio servizio. E si vendono con magnificienza inaspettata.
Il populismo domina la politica, la demagogia il resto che avanza.
Chi vince questa eterna battaglia? E sopratutto cosa vince il vincitore?
A noi, spettatori critici e praticanti di piccole verità da bar di quartiere, cosa spetta? Dobbiamo schierarci con il futuro sfidante ed attendere il nostro turno?
No! È il momento di rompere le barriere divisorie del pensiero. Di abolire l’inerzia del precetto “successo-qualità”. Dobbiamo ascoltare le voci più piccole, ascoltare i canti più nascosti, frequentare gli agriturismi a conduzione familiare. Non per cercare di trasformarli in grandi catene alberghiere, ma per godere della verità. Quella che non si può vendere.

farcela comunque

Io la chiamo “la lezione del pomodoro” e me l’ha data un piccolo frutto rosso l’estate scorsa, in piena canicola.
Tutti sono partiti per le vacanze e nessuno s’è preoccupato di ricordarsi di dare l’acqua a quella piantina appoggiata un pò in disparte accanto alla rete. Io la vedevo seccarsi di giorno in giorno, perchè ci passo vicino con la macchina per andare a parcheggiare, e ogni giorno di più, ne decreto l’imminente fine per essicazione. Uno sterpetto marrone e avvizzito che paragonato all’orto del vicino faceva pensare ad uno stuzzicadenti infilato nella sabbia del deserto.
Ogni giorno più arido, scarno, insignificante. Ogni giorno più privo di valore.
Trascorrono dunque i giorni caldi del bollente agosto romano finchè una mattina vedo questo piccolo globo gonfio, rosso, turgido e magniloquente. Mi sembra una giustapposizione artificiale, una grossa palla di natale in cima ad una spiga di grano. Guardo meglio: no, mi sbaglio. Il pomodoro ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta comunque. Ha usato tutta l’acqua che è riuscito a catturare nel suo piccolo universo, ha sfruttato la sua fecondità al massimo, ha spinto la sua polpa oltre I confini dell’immaginabile. Malgrado non ci sia nulla di verde che faccia pensare che si tratti di una pianta in buona salute, lui, il pomodoro, si staglia sullo sfondo come la più grande medaglia che essere vegetale abbia mai ricevuto per una tale impresa.
Io non lo so perchè, credo sia uno dei misteri della vita, ma il pomodoro non ha mollato.
E sempre per quel discorso sul mistero della vita, non l’ha fatto perchè era “utile”. L’ha fatto per onorare il suo destino.

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