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	<title>Stefano Lentini &#124; komponist &#124; blog</title>
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		<title>n.6 &#8211; VIAGGIARE</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Mar 2012 08:37:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>injun_column</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi conosce solo l’Italia non sa nulla dell’Italia. Chi conosce solo il jazz non sa nulla del jazz. Chi conosce solo l’opera non sa nulla dell’opera.
Il sapere e la conoscenza non hanno per fulcro l’oggetto di cui si occupano ma la relazione con il resto. Conoscere non significa sapere una cosa bensì sviscerare tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi conosce solo l’Italia non sa nulla dell’Italia. Chi conosce solo il jazz non sa nulla del jazz. Chi conosce solo l’opera non sa nulla dell’opera.<br />
Il sapere e la conoscenza non hanno per fulcro l’oggetto di cui si occupano ma la relazione con il resto. Conoscere non significa sapere una cosa bensì sviscerare tutte le relazioni con l’esterno, le differenze, le opposizioni le similitudini.<br />
Se conosci solo la musica classica, non sai nulla della musica classica. Se conosci solo l’hip hop non sai nulla dell’hip hop.<br />
Ecco perché viaggiare è importante, in ogni campo, in ogni tempo, in ogni paese. Viaggiare significa guardare altrove, guardare gli altri ma anche sapersi guardare in un contesto diverso senza gli appigli attraverso cui ogni giorno ci conferiamo un’identità.<br />
Nella musica il viaggio può essere simbolico ma bisogna avere la forza di sfidare i freni inibitori con cui dividiamo il mondo in bello/brutto, valido/non valido, elegante/rozzo.<br />
Nella musica, nelle musiche, i confini non esistono. La musica balinese dei gamelan (le orchestre indonesiane di metallofoni, tamburi e gong) e il coro gospel: esitono due cose più diverse? Oppure, esistono due cose più uguali?</p>
<h3>surrealismo</h3>
<p>Furono i surrealisti francesi, amici degli antropologi francesi, amici a loro volta degli etnomusicologi francesi, a rendersi conto agli inizi del novecento che la rottura col passato passava per la scoperta del passato altrui.<br />
André Schaeffner, antropologo ed etnomusicologo, pubblicò nel 1936 l’Origine degli strumenti musicali, uno studio approfondito, comparativo ed etnografico degli strumenti di tutto il mondo. Fu la prima volta in cui il nobile e aulico violino della tradizione colta occidentale veniva messo sullo stesso piano del didjeridoo degli aborigeni australiani o del birimbao brasiliano.<br />
Per i surrealisti la giustapposizione tra arte etnica e arte contemporanea ha permesso di mostrare il relativismo dei valori dell’occidente. Qualcuno addirittura asserisce che il cubismo di Picasso possa essere interpretato come il risultato di tante influenze tra cui l’arte africana.<br />
Ci fu un momento in Europa in quegli anni in cui l’arte lavorava accanto all’antropologia, un momento in cui forse qualche aspetto del sapere stava per riunificarsi.<br />
Ma la frammentazione del sapere è probabilmente una delle carattertistiche della nostra epoca. Esso inizia in un’età antica con la separazione tra potere politico e potere religioso e da quel momento in poi a detenere il sapere sulle cose sono gruppi di persone sempre più specializzati. Con le conseguenze che conosciamo: una medicina avanzatissima in grado di intervenire magicamente sulla salute e una disgregazione della “fede” nella realtà. Due facce della stessa medaglia che ci è stata consegnata dai nostri avi dopo secoli di tribolazioni.</p>
<h3>capire</h3>
<p>Alzarsi la mattina e trovare pronta ad uscire dai nostri rubineti acqua calda è un privilegio raro in questo mondo. Aprire il frigorifero e trovare del latte in bottiglia, altrettanto. Per non parlare della casa riscaldata, del materasso comodo. Per non parlare della possibilità di prendere un’automobile, di spostarsi a cento chilometri all’ora su una strada asfaltata e di poter parlare con altre persone con un telefono cellulare. Se stai leggendo queste pagine, se hai in mano questa carta così liscia e patinata, sono sicuro che fai parte anche tu di questa categoria di persone. Siamo una percentuale bassissima rispetto al resto del mondo, una minoranza che vive probabilmente una vita più ricca degli imperatori del XVI secolo. Che il nostro reddito sia di mille o di diecimila euro al mese, per quello che abbiamo detto sopra, non fa differenza. Acqua, benzina, latte, adsl, riscaldamento.<br />
Eppure la visione che ci si profila non è gioia e felicità ma la catastrofe: surriscaldamento terrestre, inquinamento, esaurimento delle fonti di energia, guerre.<br />
Siamo i re nella reggia e intorno a noi il mondo brucia?</p>
<h3>le parole e le cose</h3>
<p>Cosa può fare l’uomo comune? Si possono usare le parle, il sapere, le azioni quotidiane per intervenire su questo stato di cose?<br />
Ciò che sappiamo del mondo, la nostra piccola cultura umanistica, può essere utilizzata come arma contro il declino?<br />
Può – in sintesi &#8211; la cultura umanistica creare correttivi alle strutture di pensiero e di giudizio che ci stanno guidando verso una catastrofe?<br />
Con questa domanda si apre Disumane Lettere della critica letteraria Carla Benedetti. La risposta, dopo aver vagliato in giro &#8211; in lungo e in largo &#8211; l&#8217;arte, la letteratura, la società contemporanea è: si, può farlo. Le umane lettere possono fare qualcosa, possono salvarci, possono aiutarci. Come, allora?<br />
Forando le pareti di contenzione tra una disciplina e l&#8217;altra, tra un linguaggio e l&#8217;altro, rompendo le regole della conoscenza su noi, sull&#8217;altro, su tutto. Con percorsi alternativi, sensibilità personali e preoccupazioni nuove la conclusione è “abbracciate l&#8217;inseparato”.<br />
Abbracciare le parole e le cose del mondo non è un’operazione facile, ma probabilmente necessaria.  Le parole e le cose è anche il titolo di un libro di Michel Foucault tanto tanto tanto complesso, quanto sistematico e profondo. Le parole degli uomini che intersecano le cose della vita, e reciprocamente, le cose degli uomini che intersecano le parole della vita: le une interferiscono, agiscono e formano le altre. Il mondo si forgia attorno alle parole che hai, la complessità delle tue parole crea maggiore complessità nel mondo. Le parole sono la cartina al tornasole dello sviluppo cognitivo dell&#8217;essere umano e viceversa l&#8217;intelligenza dell&#8217;uomo è fondata sul rapporto che intrattiene col mondo. Le emozioni stesse sono il frutto di uno sviluppo verbale capace di contenerle, descriverle, ascoltarle, riferirle, ri-pensarle. La caratteristica che differenzia l&#8217;uomo da ogni altro animale è la sua capacità di riflettere sulle cose, quella che nelle scienze cognitive viene chiamata &#8220;proprietà ricorsiva&#8221;. Dopo aver pensato una cosa posso guardare il pensiero, analizzare la sua formazione, come, perchè e da dove è arrivato. Posso pensare il pensato, e ancora, ri-pensare il pensiero. Posso mettere in discussione tutto, me, te, gli altri. Alla base ci sono le parole e, in fondo, il progresso.</p>
<h3>giri concentrici</h3>
<p>Se non ti piace l’heavy metal, dal primo all’ultimo disco dei Metallica è sempre la stessa roba. Se non ami Vivaldi, è tutto uguale. Il jazz poi, lasciamo perdere. Tutto ciò che non ci piace viene catalogato in modo monolitico e fermo dentro lo stesso scatolone: archiviato e vidimato.<br />
E’ curioso che l’alterità, quella che non ci piace, venga sempre omogeneizzata. E questo meccanismo funziona nei gusti musicali, in cucina, con le persone, con le culture.<br />
In fondo non riconoscere le specificità, annullarle in nome di una presunta staticità è un’operazione discriminatoria e anche segregazionista. È la stessa matrice del razzismo: sminuire, annullare, offuscare.<br />
Per questa ragione bisogna viaggiare tanto, realmente e simbolicamente, conoscere tutto, guardare la diversità e mettersi nella condizione di non capire. Solo quando avremo la consapevolezza di non riuscire a capire qualcosa potremmo davvero conoscere. Solo quando non capiremo qualcosa potremmo considerarci dei veri conoscitori. Fino ad allora saremo degli ortodossi o dei melliflui politically correct.</p>
<h3>una voce diversa</h3>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-199" title="03_indi6" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2012/03/03_indi6-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />L’ultimo disco di Bon Iver (Bon Iver, Jagjaguwar 2011) è un grande viaggio nei meandri di una vocalità diversa. Diversa dalla norma, diversa dal cantato dei cantanti, diversa dalle abitudini. Ma non è un disco sperimentale per nicchie specializzate di amatori antisociali. È un album bello, positivo, leggero e melodico (è stato primo in classifica in Danimarca, Norvegia e nelle classifiche Billboard: Alternative album, Indipendent album e Rock album).<br />
Questo disco ci insegna ancora una volta che se c’è una strada nascosta, quella strada ve percorsa.</p>
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		<title>n.5 &#8211; POSTMODERNO, L&#8217;AMICO IMMAGINARIO</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 20:17:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>injun_column</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il libro più citato e meno letto della storia dell’occidente, dopo la Bibbia, è La condizione postmoderna di Jean-François Lyotard. Pubblicato poco più di trent’anni fa, è uno di quei libri che hanno fatto il giro del mondo nutrendo e alimentando dibattiti, idee, visioni del mondo, concezioni dell’arte e della realtà, spunti teorici ed estetici, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro più citato e meno letto della storia dell’occidente, dopo la Bibbia, è <em>La condizione postmoderna</em> di Jean-François Lyotard. Pubblicato poco più di trent’anni fa, è uno di quei libri che hanno fatto il giro del mondo nutrendo e alimentando dibattiti, idee, visioni del mondo, concezioni dell’arte e della realtà, spunti teorici ed estetici, critici e sociali. Del resto non c’è niente di male in questo visto che l’altro libro citato, la Bibbia appunto, non è mai stato letto dal sottoscritto. Quindi la rassegna della questione non partirà dal biasimo per il peccato dell’incompletezza ma cercherà di capire perché un libro non letto diventa fulcro di un’epoca.<br />
Sfogliando il numero di novembre scorso di “Q” &#8211; la rivista inglese di musica &#8211; troviamo un piccolo articolo di David Byrne in cui il musicista ci parla del suo postmoderno, visto che è stato invitato ad una importante mostra. Byrne tira in ballo la figlia ventenne per spiegarcelo, ma conclude con onestà di non saperlo bene: lui l’associa alla libertà, all’idea che rompere le regole possa essere considerato un valore.<br />
Su un inserto di “Repubblica” dello stesso periodo trovo casualmente un altro editoriale in cui l’autore, anche lui alle prese col postmoderno, ne passa in rassegna alcune delle peculiarità. Mi sento invaso da questa parola, ogni giorno per caso la incontro per strada declinata in ogni salsa possibile. Ma il punto della questione è che malgrado le sue continue citazioni nessuno sembra aver capito bene quale sia il significato di <em>postmoderno</em>.<em> Postmoderno </em>è una poesia che ciascuno investe del proprio significato preferito. È la parola sulla quale tutti proiettano il proprio senso della modernità. Il critico sociale come se fosse sinonimo di neo-capitalismo, il <em>nerd</em> tecnologo come se fosse sinonimo di “<em>molto cool</em>”. L’artista contemporaneo lo dice per parlare dell’arte astratta, l’architetto per gli edifici futuristici. Insomma mi sembra di capire che il <em>postmoderno</em> sia come un foglio per gli appunti dove ciascuno può finalmente tracciare la propria visione del mondo usando una parola polivalente, multi-sfaccettata, moderna, fresca, radicale e versatile, proiettata in avanti, malleabile e grintosa.<br />
Il risultato, di fatto, è che questo piccolo pezzo di argilla duttile e plasmabile sembri non servire più a nulla. Se non ci mettiamo d’accordo su cosa sia l’azzurro, il verde, il rosso e il bianco ci troveremmo a parlare dei colori del tramonto in un gruppo di daltonici. Il che significherebbe sottrarre il colore alle sfumature, il rosso da Van Gogh e il blu a Caravaggio.<br />
Il <em>postmoderno</em> è divenuto il sinonimo di “quello che vuoi tu”. Detto tuttavia con l’autorevolezza e la legittimità che una bella parola arguta possono conferire al suo portavoce.</p>
<h3>narrazioni e storie</h3>
<p>Il <em>postmoderno</em> non è un’installazione al Museo di arte contemporanea di New York, non è una tela con uno strappo dentro, non è la musica minimalista, tantomeno quella elettronica minimalista, non è un grattacielo di 138 piani, non è la complessità della nostra società.<br />
Il <em>postmoderno</em> ha a che fare con il sapere, la conoscenza, lo stato della cultura. Con questo termine il suo “inventore” indicava la condizione della cultura in seguito alle trasformazioni subite dalla fine del XIX secolo a causa dei giochi della scienza, della letteratura e delle arti. La caratteristica centrale del <em>postmoderno</em> è la caduta della credulità verso le grandi Narrazioni, quelle con la “n” maiuscola che pretendono di spiegare il mondo attraverso sistemi di pensiero chiusi, omnicomprensivi.<br />
Sono le ideologie, le cosmologie, le dottrine che lasciano fuori il dubbio, il mistero, l’ignoto. Quindi un oggetto predefinito, per esempio proprio la musica elettronica, appartiene a quel gruppo di prodotti umani che celebrano la propria esistenza attraverso un insieme di regole, codici e convenzioni. Per questo rappresenta proprio ciò che il postmoderno non riconosce più. Il postmoderno è il luogo della fine della Narrazione in favore della proliferazione dell’Informazione.<br />
Lyotard ha una capacità predittiva strabiliante, nel 1979 prevede una società dominata dal <em>data-base</em>, una società in cui il potere degli stati-nazione non sarà più incentrato sul territorio quanto sulla gestione dell’informazione. L’altra faccia della medaglia è un sapere fondato su nuove regole in cui la domanda dello studente, dell’uomo d’affari e dello scienziato non sarà più “è vero?”, ma “si può vendere?”.</p>
<h3>messaggio strettamente personale</h3>
<p>Caro Sig. Lyotard, non solo lei c’ha azzeccato in pieno. Non solo le cose stanno esattamente come diceva lei, le devo dire che l’arte in particolare risente di questa sua visione. Io non so come lei abbia fatto a giungere ad una tale chiarezza di visione, in un momento, per di più, in cui tutti erano presi a disegnare il proprio luogo della salvezza umana.<br />
Nella musica ad esempio, la vendibilità domina su tutto. Addirittura le coscienze vengono forgiate dal numero di copie vendute e tanto più ne vendi e tanto più puoi avere l’autorità a parlare.<br />
L’orizzonte stesso della discografia si disegna sul criterio di vendibilità. Il discografico stesso non ragiona più come un uomo ma come una funzione matematica. Il discografico non ha più gusti musicali, i suoi gusti coincidono col successo di vendite: questo lo rende un ottimo discografico simbolicamente e praticamente.<br />
Ma Sig. Lyotard, glielo dico francamente, chissenefrega della musica, non è questo il punto. Il punto è molto più ampio, invade molti altri settori della vita. Questo senso del giusto e dello sbagliato, del bello e del brutto, del bene e del male, dilaga ovunque. Sempre dominato da un unico parametro: la vendibilità.</p>
<h3>vendere</h3>
<p>Le parole talvolta nascondono delle sorprese impreviste. Il verbo “vendere” dal neutro significato di “cedere qualcosa a qualcuno in cambio denaro”, se declinato nella sua forma riflessiva diviene “vendersi”.<br />
E “vendersi” non è un bel verbo. Ora, cucito addosso a una persona, questo verbo indica assenza di dignità, perdita di valore, annullamento di affidabilità: un cortigiano al servizio del maggior offerente.<br />
Quale credibilità ha un individuo che “si vende”? Esiste un dominio della vita in cui “vendersi” può essere considerato un valore?<br />
No, non esiste. Però c’è uno stratagemma comunicativo che può permettere di farlo con ottimi risultati di approvazione: la razionalità. Quando il grande antropologo francese Claude Lévi-Strauss affermava che uno delle grandi lezioni imparate durante gli anni degli studi di filosofia fu la capacità di dimostrare la superiorità dei tram sugli autobus e viceversa, sta dicendo proprio questo. Il tram, elettrico e meno inquinante, l’autobus, più scattante e manovrabile: le loro caratteristiche possono essere contrapposte in molto modi diversi per dimostrare il primato di uno sull’altro e viceversa. Dipende dalle condizioni del discorso, dai giochi linguistici utilizzati, dalla capacità oratoria.<br />
Questo è il gioco linguistico: la forza propulsiva della parola in favore del suo contenuto. L’arma quotidiana del politico politicante: l’anima dell’esercizio del potere.<br />
Non dobbiamo cadere dalle nuvole, tutto può essere dimostrato e difeso. Ce lo insegna la storia e tutti coloro i quali dalla storia hanno subito il dramma dell’emarginazione, dell’isolamento e della discriminazione. Posso dimostrare la superiorità del nero sul bianco, del bianco sul nero, dell’uomo sulla donna, del giovane sul vecchio, del vecchio sul giovane, della destra sulla sinistra, della sinistra sulla destra, dell’analogico sul digitale, dello stereo sul surround. Posso dimostrare tutto, qualsiasi cosa ci venga chiesta.<br />
È il lavoro del pubblicitario, il venditore di idee più sfacciato, rinomato e autorevole della nostra società. Colui il quale sposta l’asse della conoscenza dal vero all’utile.</p>
<h3>vie di fuga</h3>
<p>Lyotard si è spinto oltre nella sua geniale analisi della condizione della cultura del nostro tempo. Ha colto l’essenza dei suoi dispositivi più profondi ma allo stesso tempo ha dato per scontato che essi sarebbero stati accolti, capiti e metabolizzati dai suoi protagonisti.<br />
I suoi protagonisti invece sono molto più sfacciati di quanto pensasse e usano correntemente I giochi linguistici per piegare la realtà al proprio servizio. E si vendono con magnificienza inaspettata.<br />
Il populismo domina la politica, la demagogia il resto che avanza.<br />
Chi vince questa eterna battaglia? E sopratutto cosa vince il vincitore?<br />
A noi, spettatori critici e praticanti di piccole verità da bar di quartiere, cosa spetta? Dobbiamo schierarci con il futuro sfidante ed attendere il nostro turno?<br />
No! È il momento di rompere le barriere divisorie del pensiero. Di abolire l’inerzia del precetto “successo-qualità”. Dobbiamo ascoltare le voci più piccole, ascoltare i canti più nascosti, frequentare gli agriturismi a conduzione familiare. Non per cercare di trasformarli in grandi catene alberghiere, ma per godere della verità. Quella che non si può vendere.</p>
<h3>farcela comunque</h3>
<p>Io la chiamo “la lezione del pomodoro” e me l’ha data un piccolo frutto rosso l’estate scorsa, in piena canicola.<br />
Tutti sono partiti per le vacanze e nessuno s’è preoccupato di ricordarsi di dare l’acqua a quella piantina appoggiata un pò in disparte accanto alla rete. Io la vedevo seccarsi di giorno in giorno, perchè ci passo vicino con la macchina per andare a parcheggiare, e ogni giorno di più, ne decreto l’imminente fine per essicazione. Uno sterpetto marrone e avvizzito che paragonato all’orto del vicino faceva pensare ad uno stuzzicadenti infilato nella sabbia del deserto.<br />
Ogni giorno più arido, scarno, insignificante. Ogni giorno più privo di valore.<br />
Trascorrono dunque i giorni caldi del bollente agosto romano finchè una mattina vedo questo piccolo globo gonfio, rosso, turgido e magniloquente. Mi sembra una giustapposizione artificiale, una grossa palla di natale in cima ad una spiga di grano. Guardo meglio: no, mi sbaglio. Il pomodoro ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta comunque. Ha usato tutta l’acqua che è riuscito a catturare nel suo piccolo universo, ha sfruttato la sua fecondità al massimo, ha spinto la sua polpa oltre I confini dell’immaginabile. Malgrado non ci sia nulla di verde che faccia pensare che si tratti di una pianta in buona salute, lui, il pomodoro, si staglia sullo sfondo come la più grande medaglia che essere vegetale abbia mai ricevuto per una tale impresa.<br />
Io non lo so perchè, credo sia uno dei misteri della vita, ma il pomodoro non ha mollato.<br />
E sempre per quel discorso sul mistero della vita, non l’ha fatto perchè era “utile”. L’ha fatto per onorare il suo destino.</p>
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		<title>N.4 &#8211; LE PAROLE DELL’ARTE</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 22:46:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[cervelli e consapevolezze
Sneocdo uno sdtiuo dlel&#8217;Untisverià di Cadmbrige, non irmptoa cmoe snoo sctrite le plaroe, tutte le letetre posnsoo esesre al pstoo sbgalaito, è ipmtortane sloo che la prmia e l&#8217;umltia letrtea saino al ptoso gtsiuo, il rteso non ctona. Il cerlvelo è comquune semrpe in gdrao di decraifre tttuo qtueso coas, pcheré non lgege [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>cervelli e consapevolezze</h2>
<p>Sneocdo uno sdtiuo dlel&#8217;Untisverià di Cadmbrige, non irmptoa cmoe snoo sctrite le plaroe, tutte le letetre posnsoo esesre al pstoo sbgalaito, è ipmtortane sloo che la prmia e l&#8217;umltia letrtea saino al ptoso gtsiuo, il rteso non ctona. Il cerlvelo è comquune semrpe in gdrao di decraifre tttuo qtueso coas, pcheré non lgege ongi silngoa ltetrea, ma lgege la palroa nel suo insmiee&#8230; vstio?<br />
Ebbene, non si tratta del cervello, quanto piuttosto di una forma di pregiudizio che investe ciò che conosciamo e ciò che pensiamo di conoscere. Il famigerato cervello, tirato in ballo in casi come questo, non è un organo indipendente e meccanico che svolge e risolve problemi. In realtà è un gran insieme di fattori, quello che si mette in gioco per decifrare oggetti apparentemente confusi. Se ci riflettiamo un momento non c’è poi una gran differenza tra la frase così come l’abbiamo appena letta, e quella scritta correttamente. È la capacità stessa di leggere che funziona su un’approssimazione dei simboli tale da poterne permettere la fruizione in velocità. L’automatismo, quello per cui cambiamo le marce dell’auto mentre abbassiamo il volume dell’autoradio e rispondiamo al cellulare, funziona proprio alla luce della prevedibilità con cui possiamo effettuare queste azioni. Ma cos’è questa prevedibilità? Non è forse una forma di efficace pregiudizio sui feedback del mondo?</p>
<h2>musica e cervello</h2>
<p>Dalle neuroscienze, alla psicologia cognitiva, passando per la filosofia estetica, gli studi sul rapporto tra musica e cervello sono in continua evoluzione. A volte purtroppo rasentando il ridicolo quando diventano lo sforzo classificatorio di menti iper-razionali. Un pò come quegli sforzi scientifici di comprendere Bach attraverso la matematica. Come ogni buona scienza che si rispetti, anche la matematica può essere sovrapposta alla musica, ma solo a posteriori, poiché è molto difficile con essa e basta scrivere una bella canzone. Signore e signori, che lo si voglia o no, c’è una parte della realtà che non possiamo categorizzare e musealizzare: c’è una parte della realtà che sfugge sempre alla nostra comprensione, una parte misteriosa, inafferrabile, sfuggente ed altrettanto densa ed intensa. Una parte della realtà che comprenderla significa solo tuffarcisi dentro come un surfista in una grande onda, come un innamorato in un grande amore.</p>
<h2>scienza e dadaismo</h2>
<p>C’è un filosofo della scienza, che contrariamente ai suoi consimili coetanei e contemporanei filosofi della scienza ha affermato che tutto quello che noi pensiamo di sapere sulla scienza, sulle sue forme di predizione e sulle sue scoperte, è una grossa balla che rasenta la nevrosi. Paul Feyerabend diceva infatti che la vera scienza, quella che scopre cose pazzesche e rivoluziona la vita degli uomini, non è un algoritmo che procede per passi prestabiliti, quanto piuttosto un processo per intuizioni visionarie, errori e casualità simile alla creazione artistica. Il riferimento al dadaismo rappresenta il rifiuto di un metodo, di una norma, di una rappresentazione univoca e dogmatica: la rottura con i canoni precedenti e la voglia di trovare nuove regole. E così il panorama che ne emerge è uno scenario d’intuizioni visionarie, errori con conseguenze inaspettate, ostacoli insormontabili superati con scorciatoie inattese. Uno scenario che somiglia allo studio di un pittore più che al laboratorio ordinato d’un ricercatore.</p>
<h2>intuizione e tecnica</h2>
<p>Ci sono due momenti fondamentali sempre e ovunque. L’uno paritario all’altro, l’uno fratello dell’altro, l’uno indispensabile all’altro. Due momenti opposti, due dimensioni dell’umano che rappresentano la dicotomia per eccellenza: intuizione e tecnica, essenza e forma, natura e cultura.<br />
Che si parli di scienza o di musica: un’idea eccezionale, se non viene realizzata, forse davvero non esiste. La condivisione è il luogo in cui la verità prende forma, in cui le suggestioni prendono vita. Il luogo in cui si è costretti a confrontarsi con le parole che vengono dette. E viceversa una bella realizzazione senza una solida idea è mero virtuosismo: siamo sempre lì. Perdersi nel polo dell’intuizione è deleterio come sprofondare in quello della tecnica. La creazione pura, misteriosa e sfuggente deve essere amica fedele e rispettosa della diligente, accurata e, forse prevedibile, tecnica. Come sarebbe possibile oggi ascoltare The Wall dei Pink Floyd se non fosse stato così per qualcuno? Se le idee visionarie e le intuizioni più turbinose non si fossero sincronizzate con una volontà altrettanto determinata di concretezza?<br />
Circa duemilatrecento anni fa quando i neuroni che muovono i nostri pensieri erano più o meno pezzetti di pulviscolo appoggiati casualmente sulle foglie di insalata mangiate da qualche etrusco affamato, un uomo chiamato Aristotele affermava che il raggiungimento della virtù può essere conseguito attraverso la scelta del “giusto mezzo”. Aristotele qualunquista conformista o Aristotele saggio ante litteram?<br />
Alcune migliaia di chilometri più a est, e qualche secolo prima, il nipote di Confucio, il signor Zi Si, diceva: “L&#8217;uomo può mantenere l&#8217;armonia seguendo il giusto cammino. La ricerca del giusto mezzo non implica debolezza ma forza”.</p>
<h2>arte e cervello</h2>
<p>Prendiamo allora un esempio vicino a noi, un luogo dove arte e cervello combattono una guerra tra titani, una guerra che si combatte ogni due anni: Venezia. E chi vince la battaglia? E’ chiaro, dell’esito non c’è da stupirsi, come sempre vince il cervello. Più loquace, acuto, veloce, verboso, ingombrante, tracotante e superbo. L’arte perde sempre: non ha parole, spiegazioni. Non ha grandi portavoce se non il contenuto della cornice, il soggetto dell’istallazione.<br />
Quest’anno la Biennale d’arte di Venezia si chiama ILLUMInazioni, un gioco di parole volto a mescolare i concetti metaforici di luminosità e ideazione assieme al richiamo meta-geografico alle Nazioni come simbolo cardine della frontiera: luogo d’identità ma anche di separazione e divisione.<br />
Bello.<br />
Questo è lo sfondo simbolico e narrativo in cui si muove l’intera Esposizione. Uno sfondo talmente ampio che qualsiasi opera, di qualsiasi forma, natura, obiettivo e colore, vi rientra. Uno sfondo che, visitando i padiglioni della mostra, si palesa ogni minuto di più come un pretesto.<br />
Un pretesto onnivoro che tutto digerisce e tutto accetta. Anche le opere fuori tema possono in qualche modo rientrare dalla finestra per offrire il proprio punto di vista sull’illumiNazione.<br />
Il cervello serve a questo, serve a creare connessioni inesistenti, a difendersi, a fuggire. In un processo, il cervello lo deve avere l’avvocato del colpevole. L’avvocato dell’innocente è sufficiente porti la verità.</p>
<h2>arte contemporanea</h2>
<p>Non tutte le arti soffrono della stessa malattia. Ma ce n’è una che è comune a tutte: la nevrotica ricerca di spiegazioni.<br />
Per andare alla Biennale devi conoscere gli artisti, studiare il loro punto di vista, conoscere l’opera, il messaggio intrinseco, lo sfondo culturale, leggere il testo introduttivo, la biografia ed avere come minimo una consapevolezza chiara del filone espressivo di riferimento.<br />
E’ vero anche il contrario, intendiamoci. Alla Biennale puoi anche perderti, vagare come un cane randagio tra le magnificenze di un mondo sconosciuto. E si tratta di un’esplorazione interessante e stimolante. Però se poi non ti piace, hai due possibilità. O sei ignorante, cioè ignori; o devi poter difendere la tua scelta con l’arringa di un giureconsulto.<br />
Insomma, non mi voglio immaginare cosa succederebbe se per andare al cinema dovessimo sottoporci allo stesso crogiuolo di gravose mansioni.<br />
Ma l’arte non era quella roba un po’ spontanea, un po’ primordiale, quel filtro attraverso il quale un individuo può mettere nero su bianco qualcosa d’inafferrabile, indicibile, sorprendente, universale, bello?<br />
C’è davvero bisogno del libretto delle istruzioni?</p>
<h2>l’occidente colto</h2>
<p>La cultura è una cosa meravigliosa. E la nostra magnifica Costituzione la protegge e la ratifica come una delle necessità dell’uomo moderno. C’è un passo che mette insieme il diritto e il dovere del lavoro con il progresso spirituale della società. La prima cosa che salta agli occhi è che paradossalmente ci siamo abituati a leggere questi concetti dentro griglie interpretative pre-confezionate. Il diritto al lavoro è una cosa di sinistra. Il progresso materiale della società, una cosa di destra. Un po’ come cantava maliziosamente Giorgio Gaber in quella canzone in cui diceva che “Canticchiar con la chitarra è di sinistra; con il karaoke è di destra”. Insomma, a leggerla per quella che è la Costituzione, sembrerebbe piuttosto un manifesto di coraggio, voglia di vivere, lucidità e visione positiva della società. Il fatto che prima di noi, non tanto tempo fa, ci sia stato qualcuno che si è occupato di mettere sullo stesso piano il progresso materiale e quello spirituale della società, mi sembra un atto eroico, visionario, brillante e illuminato.<br />
L’idea che la società abbia uno spirito suo da nutrire e alimentare è quasi un concetto religioso. Ma appunto, chi ha stabilito che la dimensione mistica e misteriosa della vita, debba essere estromessa dalla vita pubblica?<br />
Quando parliamo di musica, di arte, di cultura: di cosa parliamo? Di beni di consumo materiali? Di packaging, di marketing? Forse, dimentichiamo a volte, che il nostro sguardo è semplicemente rivolto verso quel luogo misterioso e magico da cui si sprigionano le intuizioni sulla vita e sugli uomini, l’indicibile che ci circonda: una nebulosa che forse non richiede parole.</p>
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		<title>LO STATO DELL’ARTE // Recensioni di un forestiero</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 17:17:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>injun_column</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni // review]]></category>

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		<description><![CDATA[FRANK TURNER
England Keep My Bones
Label: Epitaph
Formato: Cd, Lp, digital
•••
Dentro una zuppiera in terracotta naturale, sospesa tra due mattoni di tufo sopra una brace ardente accesa di notte su una spiaggia dove il silenzio è rotto solo dal rumore dello sciabordio delle onde sul bagnasciuga e la spuma bianca lascia delle macchie di bianco come i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-162" title="frank turner" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/frank_turner-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />FRANK TURNER<br />
England Keep My Bones<br />
Label: Epitaph<br />
Formato: Cd, Lp, digital</p>
<h1>•••</h1>
<p>Dentro una zuppiera in terracotta naturale, sospesa tra due mattoni di tufo sopra una brace ardente accesa di notte su una spiaggia dove il silenzio è rotto solo dal rumore dello sciabordio delle onde sul bagnasciuga e la spuma bianca lascia delle macchie di bianco come i fuochi d’artificio estivi visti dall’altra parte della costa, ebbene, dentro quella zuppiera, dell’acqua bolle. E bolle, freme ed erutta con tutta la maestria con cui solo l’acqua può farlo. Quel movimento irrequieto e agitato produce dodici tracce.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Rocky Votolato: True Devotion (2010). Il punto di vista americano sull’ebollizione.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-161" title="malkmus" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/malkmus-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Stephen Malkmus and The Jicks<br />
Mirror Traffic<br />
Label: Matador / Domino<br />
Formato: Cd, digital</p>
<h1>•••</h1>
<p>Tornare alle radici significa ripercorrere il passato o ripulire il presente? Tornare alle radici è avanzare o retrocedere? Tornare alle radici è migliorarsi o ripetersi? Tornare alle radici è capirsi o farsi capire? Tornare alle radici è realtà o finzione? Questo disco aggiunge qualcosa alla Storia Universale delle Radici Ritrovate.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Captain Beefheart: Dichotomy (2003). Legno ruvido</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-160" title="selah_sue" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/selah_sue-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />SELAH SUE<br />
Selah Sue<br />
Label: Because music<br />
Formato: Cd, digital</p>
<h1>••••</h1>
<p>La naturalezza con cui alcuni attori recitano, a volte, si fonde nel film che stai guardando, nella musica della colonna sonora, nei colori delle riprese. La storia s’impenna e sfiora il dominio della verità. Ma questo accade anche fuori dal cinema, nel mondo reale: accade ogni volta appunto che c’è naturalezza. Qui c’è rabbia e ardore, un candido furore cesellato dentro un sapiente frontespizio.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Aloe Blacc: Good Things (2010). Cauta forza centrifuga.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-163" title="Cocoon" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Cocoon-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />COCOON<br />
Where the Oceans End<br />
Label: Barclay<br />
Formato: Cd, Lp, digital</p>
<h1>••••</h1>
<p>Otto foche appostate sul pianoro a metà della valle osservano passare nell’alto del cielo una balena fatta di nuvola. I monti attorno difendono l’emozione privata di questo tanto agognato sguardo sull’infinito. La luce bianca e paradisiaca invade la percezione, gli alberi, abeti rossi delle Alpi, si protendono anche loro verso questa immensa visione, e le nuvole coi loro lembi sparsi fanno largo al passaggio dell’enorme simulacro. Questa poesia dipinta sulla copertina dell’album la puoi ritrovare tutta nel suo contenuto.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Devendra Banhart: Niño Rojo (2004). Paesaggi liquidi.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-159" title="eno" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/eno-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Brian Eno And The Words Of Rick Holland<br />
Drums Between The Bells<br />
Label: Warp Records<br />
Formato: Cd, digital</p>
<h1>••</h1>
<p>Sono più di quindici anni che milioni persone tutte le mattine in ogni angolo del mondo ascoltano Brain Eno. Ogni santa mattina prima di cominciare a lavorare, ogni giorno prima di controllare la posta elettronica, ogni giorno, almeno una volta, tra la colazione e la pausa pranzo. Milioni e milioni di persone.<br />
Ma se usi un Mac non puoi saperlo. Perché Brian Eno ha composto la musica d’avvio di Windows.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Skream: Outside the Box (2010). Evanescenti.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-158" title="Mombu" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Mombu-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />MOMBU<br />
Mombu<br />
Label: Subsound Record<br />
Formato: Cd, digital</p>
<h1>•••</h1>
<p>La rivoluzione si può fare in tanti modi, e la storia ci insegna che non esiste un modo giusto ed uno sbagliato per farla. Le rivoluzioni possono essere totali, parziali, gigantesche e microscopiche, irresistibili ed elitarie, interiori e centrifughe. La rivoluzione del rumore, un’aggressione al silenzio che quasi destabilizza, è un aggressione interiore portata fuori, o un’assalto all’esterno portato dentro?</p>
<p>Ti piace? Ascolta Rollins Band: The End of Silence (1992). Urlare.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-151" title="patrick-wolf-lupercalia" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/patrick-wolf-lupercalia-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />PATRICK WOLF<br />
Lupercalia<br />
Label: Hideout/Mercury<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>Un strano tipo di uccello tropicale col becco grande e sgargiante è fuggito dallo zoo. E’ stato visto al mercato di Portobello a Londra, poi nella dance-hall più trendy di NY, infine a pranzo con David Bowie e, a mezza serata, all’esecuzione della prima sinfonia in di Brahms all’Opera di Sydney. Ora pare che volteggi sulle montagne svizzere con un paio di cuffiette nelle orecchie. E’ stato scoperto che sta ascoltando questo disco.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Craig Armstrong: As if to Nothing (2002). Malinconie epiche e fatali.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-155" title="kassidy" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/kassidy-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />KASSIDY<br />
Hope St.<br />
Label: Vertigo<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••</h1>
<p>Ci sono dei giorni in cui il fresco venticello dell’amaca piazzata all’ombra tra i due alberi del boschetto della casa in campagna non ti basta. Ci sono giorni in cui vuoi qualcosa in più: avventura, scompiglio, essere stupito dall’inatteso.<br />
Ecco, quest’album tienilo per quando vai in campagna.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Iron &amp; Wine: The Shepherd&#8217;s Dog (2007). Molecole a riposo.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-154" title="Tennis" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Tennis-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />TENNIS<br />
Cape Dory<br />
Label: Fat Possum<br />
Formato: Cd, download, vinile, cassetta</p>
<h1>••</h1>
<p>Nell’epoca di Đoković, mentre Nadal scende al secondo posto e Federer non riesce a tener testa col suo tennis magistrale, da un album con un nome come questo mi aspettavo una giocata mirabolante, un colpo in top-spin che incrocia il campo e colpisce la linea al suo estremo, o un ace di quelli che resti spiazzato. Invece lo sfidante non è Soderling o Andy Roddik bensì un esordiente in tuta con la racchetta di legno e le palline bianche che impara a palleggiare. Come le palline per gli allenamenti nella colonia estiva: un cesto di mozzarelle.</p>
<p>Ti piace? Ascolta A Camp: Colonia (2009), l’incontro tra The Cardigans e Nina Persson. Linguaggi fluenti.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-153" title="agnes_obel" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/agnes_obel-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />AGNES OBEL<br />
Philarmonics<br />
Label: Pias<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••</h1>
<p>Come ascoltare questo album? Con l’ipod, seduto in un gommone a remi, in un lago completamente immerso nella boscaglia, nella calma mattutina, col sole ancora basso dietro ai monti, e il frescolino che ti solletica la sciarpa di cotone. Di filarmonico non c’è nulla ma puoi trovarci tante cose semplici: come la voglia di fare una bella e sana colazione appena sceso dalla barca.</p>
<p>Ti piace? Ascolta il disco omonimo del 2007 di Yael Naim. Azzurro.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-152" title="manchester_orchestra" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/manchester_orchestra-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Manchester Orchestra<br />
Simple Math<br />
Label: Columbia/Favorite Gentlemen- Sony<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••½</h1>
<p>E’ il momento delle orchestre: l’epoca in cui la metafora del direttore diviene portentosa. Si usa nel calcio, nella scienza, nel cinema. Mentre i politici “scendono in campo”, i calciatori “orchestrano” l’azione e i registi “dirigono” gli attori, i direttori d’orchestra che fanno? Nell’epoca della fusione dei linguaggi viene da chiedersi: e se ognuno facesse solo meglio il proprio lavoro? I Manchester Orchestra l’hanno fatto: ascolta la canzone Virgin.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Biffy Clyro: Only Revolutions (2010). Melodico Monumentale.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-150" title="beirut" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/beirut-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />BEIRUT<br />
The Riptide<br />
Label: Ba Da Bing Records<br />
Formato: Cd, download, vinile</p>
<h1>•••½</h1>
<p>Il saggista tedesco Eckhart Tolle ha scritto: &#8220;Tutte le volte che c&#8217;è silenzio intorno a te, ascoltalo. Vale a dire, notalo. Prestagli attenzione. Ascoltare il silenzio risveglia dentro di te la dimensione della quiete, perché è solo attraverso la quiete che divieni consapevole del silenzio. Osserva che nel momento in cui noti il silenzio intorno a te, non stai pensando. Sei consapevole ma non stai pensando&#8221;.<br />
La quiete intorno, a volte, sta anche dentro un disco.</p>
<p>Ti piace? Ascolta The Divine Comedy: Bang Goes the Knighthood (2010). Un gioco di passioni.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-142" title="The Metronomy" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/The-Metronomy-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />THE METRONOMY<br />
The English Riviera<br />
Label: Because Music / Rough Trade<br />
Formato: Cd, download, vinyl</p>
<h1>•••½</h1>
<p>Si può essere allo stesso tempo elettronici e delicati? Morbidi e saporiti? Dolci e stuzzicanti? La semplicità premia sempre. Oscar Wilde diceva che i piaceri semplici sono l’ultimo rifugio della gente complicata. Ma è anche il linguaggio, che quando è semplice, custodisce la sua potenzialità essenziale: comunicare.<br />
The Metronomy arrivano come una navetta spaziale piena di torte della nonna.</p>
<p>Ti piace? Ascolta gli Ok Go: Of The Blue Colour Of The Sky (2010) uno degli album più belli e interessanti del duemiladieci: policromo, poliedrico, poliglotta.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-141" title="Cass" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Cass-Mccombs-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />CASS MCCOMBS<br />
Wit’s End<br />
Label: Domino Records<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>Morbidezze cantautorati d’altri tempi, dolcezze ariose ante-litteram, percussioni veramente percussive. Cass McCombs ha suonato ed è stato in tour con tante band: con Arcade Fire, Iron and Wine, Decemberists, Shins, Band of Horses, Modest Mouse, Blonde Redhead, Cat Power. Qui però ci narra una storia tutta personale, che per sensibilità e andamento sembra ambientata alla fine degli anni settanta. Solitario, riflessivo, tenue, delicato e intenso: in una parola, volteggiante.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Nick Drake: Five Leaves Left (1969). Dove inizia la storia delle accordature non convenzionali.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-140" title="J Jeremiah" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/J-Jeremiah-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Jonathan Jeremiah<br />
A Solitary Man<br />
Label: Island<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>Può il jazz essere danese? Può il metal essere brasiliano? Può il rock essere saudita? Può la dance essere irlandese, il folk newyorkese e il pop senegalese? Se la facciamo finita di essere conservatori anche nella musica scopriamo che esiste anche una bella via per il soul bianco. Un disco aperto, sensoriale, dolce, confessionale, spontaneo ed anche un po’ impostato: caldo come un maggio tiepido.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Charlie Winston: Hobo (2009): un consiglio confidenziale.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-139" title="TV On The Radio" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/TV-On-The-Radio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />TV On The Radio<br />
Nine Types Of Light<br />
Label: Interscope<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••</h1>
<p>Un album interessante e colorato a cui ispirarsi per lasciarsi andare a nuove prospettive. Anche leggermente macchinoso: hai presente i tappi dei barattoli pensati per la sicurezza dei bambini? Quelli che devi premere un po’ verso il basso prima di svitarli. Ebbene: sono efficaci, sicuri, moderni, utili, ma anche un po’ scomodi. Oppure, un caleidoscopio bellissimo di colori scintillanti e forme mutevoli ma con i grani un po’ incollati tra loro.</p>
<p>Ti piace? Ascolta MGMT: Oracular Spectacular (2007). Un disco oracolare, spettacolare.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-138" title="kcjh" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/kcjh-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />King Creosote &amp; Jon Hopkins<br />
Diamond Mine<br />
Label: Domino Records<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••½</h1>
<p>Un’accoppiata inaudita tra il cantautore scozzese Kenny Anderson (King Creosote) e il musicista elettronico Jon Hopkins. Ne è uscito un album serale da ascoltare con calma passione.<br />
King Creosote ha detto di essere su una vetta: “non so dove andrò ora, da qui”. Noi dovremmo prendere questa frase come incentivo per godere di più del mistero dell’arte, dell’inafferrabilità dell’espressione e delle ignote intuizioni di viaggi senza mete predefinite.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Iron &amp; Wine: Around The Well (2009). Rumore di lenzuola stropicciate.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-137" title="Crystal" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Crystal-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Crystal Fighters<br />
Star of Love<br />
Label: Zirkulo Records<br />
Formato: Cd, download, vinile</p>
<h1>••••</h1>
<p>I suoni a volte ti portano fuori strada. La tentazioni di fare un elenco di generi è fortissima. Ma l’elenco dei generi va bene per fare la spesa non per raccontare a un amico quanto un disco ti sia piaciuto. Per raccontarlo devi sgranare gli occhi.<br />
Sgrano gli OCCHI, entrambi. Sono tribalmente urbani, veri come il pane bruciato sulla brace. Una brace eclatante.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Marmaduke Duke: Duke Pandemonium (2009). Time Lapse di incroci stradali con precedenze nascoste.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-124" title="decemberists-the-king-is-dead" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/decemberists-the-king-is-dead-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />THE DECEMBERISTS<br />
The King is Dead<br />
Label: Capitol<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••</h1>
<p>Normalizzati. Purtoppo. Erano folk ma cosmopoliti, intimi ma estrosi, tradizionali ma sperimentali. E ora ci ritroviamo di fronte ad un album portavoce degli stilemi americani meno stimolanti. Peccato. Ma come diceva il filosofo Bertand Russell: La sfida più grande per ogni pensatore è formulare il problema in modo tale da consentire una soluzione. E la soluzione a questo problema è: tornare ad ascoltare “The Crane Wife”, del 2006: commovente e musicalmente avvincente.<br />
Ti piace? Prova con il secondo album di Pete Yorn: Day I Forgot (2003).</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-123" title="Cee-Lo-Green-The-Lady-Killer" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Cee-Lo-Green-The-Lady-Killer1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />CEE LO GREEN<br />
The Lady Killer<br />
Label: Arista<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>Ricordate “Crazy” dei Gnarls Barkley: un successo internazionale, quella con il video fatto di macchie di inchiostro in movimento tipo il test di Rorschach? Ebbene Cee Lo Green è un pezzo di loro, la voce, ma anche un song-writer e produttore. The Lady Killer è un album riuscitissimo, pieno di energia e colori. Pieno di bei suoni, belle idee e sapienti arrangiamenti. Bello da ballare, da ascoltare, e per chi ne ha voglia, da studiare.</p>
<p>Ti piace? Allora non resta che tornare alla base: Bettye LaVette: Do Your Duty (1970): il soul come dovrebbe essere. Anzi come era.</p>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-125" title="the_strokes_angles" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/the_strokes_angles-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />THE STROKES<br />
Angles<br />
Label: Rough Trade<br />
Formato: Cd, download</h3>
<h1>••••</h1>
<p>Senti una canzone, ti trasmette energia. Poi ti chiedi ma la batteria c’era? No, la batteria non c’era! La riascolti, scopri d’improvviso che l’equilibrio tra le parti crea un terzo elemento, qualcosa che non c’è ma che appare. Scopri che la somma degli elementi oltrepassa il dato materiale, scopri che l’orchestrazione è un valore aggiunto anche se si tratta solo di chitarra e voce. E la voce di Julian Casablancas tanto riconoscibile quanto stupefacente, dolce, rotta, minimalista e barocca.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Employment (2005) dei Kaiser Chief.</p>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-122" title="John-Renbourn-Palermo-Snow" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/John-Renbourn-Palermo-Snow-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />JOHN RENBOURN<br />
Palermo Snow<br />
Label: Shanachie<br />
Formato: Cd, download</h3>
<h1>••••</h1>
<p>Il bello di John Renbourn è che è vero. Ogni cosa che fa, un concerto, un album, un workshop, un video, c’è sempre un gran senso di onestà e genuinità che pervade le sue espressioni. La sua musica, anche quando è virtuosa, è lontana anni luce dal tecnicismo scabro, ogni nota è necessaria. Questo disco sembra un omaggio alla sua dimensione live, dove il chitarrista inglese offre al pubblico un mondo musicale sospeso che non era mai finito dentro a un disco, in più c’è un’attitudine a metà tra un blues primordiale e un’orchestrazione rinascimentale. I clarinetti di Dick Lee accompagnano come un’ancia barocca le circonvoluzioni melodiche eleganti e rilassate delle sue melodie: un veterano che non invecchia. Cosa rara.</p>
<h3>Ti piace? Ascoltalo in duo con Stefan Grossman in un album imperdibile del 1990: The Three Kingdoms. Due chitarre al servizio della vita.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-121" title="the dears" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/thedears_cover-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />THE DEARS<br />
Degeneration Streets<br />
Label: Dangerbird<br />
Formato: Cd, download</h3>
<h1>•••</h1>
<p>E’ possibile fare un disco speciale dopo cinque bei dischi? Qualcuno c’è riuscito ma certo l’ispirazione non arriva quando vuoi tu. Come ha detto Gabriel Garcia Marquez: “l’ispirazione non dà preavvisi”. Degeneration Streets è un bel disco ma non all’altezza dei precedenti, c’è tutto degli ingredienti della band canadese, la voce calda e i suoni personali, semplici e belli. Manca forse l’elemento più importante: una libertà stilistica che ti faceva faticare a classificarli. Questo invece è un disco meno innovativo. Con una bassa percentuale di colpi di scena e innamoramenti.</p>
<h3>Ti piace? Ascolta “The Spell” dei Black Heart Procession (2006). Cupo, colorato, caustico e morbido anche.</p>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-120" title="bright_eyes" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/bright_eyes-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />BRIGHT EYES<br />
The People’s Key<br />
Label: Saddle Creek Records<br />
Formato: Cd, download</h3>
<h1>•••</h1>
<p>Conor Oberst è uno dei più prolifici e geniali cantautori americani. È stato paragonato per densità e fulgore a Bob Dylan. Non credo che il paragone sia azzeccato ma rende abbastanza l’idea della sua forza comunicativa.</p>
<p>Con i Bright Eyes ha pubblicato più di dieci album tra cui, nel 2005, un capolavoro come “Digital Ash in a Digital Urn”. È un’accoppiata di opposti: sempre uguale e sempre diverso. Una voce e uno stile riconoscibile e reiterato ma in forme sempre nuove e ricche di intuizioni. Tre brani di questo album sono davvero speciali: trovali.</p>
<p>Ti piace? Ascolta Ra Ra Riot: The Rhumb Line (2008). Indie rock con il tocco spontaneo di un violoncello istintivo.</p>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-119" title="joan+as+police+women" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/joan+as+police+women-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />JOAN AS POLICE WOMAN<br />
The Deep Field<br />
Label: Reveal<br />
Formato: Cd, download</h3>
<h1>••••</h1>
<p>Il soul che entra nell’indie, si ciba di pop e canta sofisticatamente dolce.</p>
<p>A Milano due anni fa ha cantato accompagnata dai suoi piccoli sintetizzatori e da un bravo tastierista che emulava un basso: mai sentito un “basso” tanto definito. Era un sintetizzatore che emulava un basso o un sintetizzatore e basta? Bella domanda di epistemologia.</p>
<p>“The Deep Field” è un album lento, che merita attenzione e pretende tempo; procede rigoglioso e pacato ma con una notevole e misurata imperturbabilità newyorkese: solido.</p>
<h3>Ti piace? Ascolta “The Remainder” di Feist (2007). Un’altra bella musica di sesso femminile.</h3>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-105" title="Irrepressibles" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Irrepressibles-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></h3>
<h3>THE IRREPRESSIBLES</h3>
<h4>Mirror mirror</h4>
<p>Label: Major Record Label, V2<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••½</h1>
<p>Certe cose succedono solo a Londra.<br />
Una voce struggente, archi con spunti quasi rinascimentali, attitudine rock nel senso più onesto del termine, confini che si superano e poi si normalizzano.<br />
Il live che ha portato Mirror Mirror in Europa è stato un evento teatrale e musicale da cui attingere per una definizione del concetto di performance. La performance, non solo quella cosa tipo rotolarsi per terra mentre dal pianoforte escono note senza senso, bensì l’esplosione, come in un Big Bang, di sincronia, colori, immagini, esecuzioni, emozioni. Un evento che ferma il tempo e lo trasforma in un frutto maturo.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Antony &amp; The Johnsons, il disco omonimo (1998). Lo chiamano falsetto al posto di magia.</h6>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-104" title="owen_pallet" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/owen_pallet-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />OWEN PALLET</h3>
<h4>A Swedish Love Story</h4>
<p>Label: Domino Records<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>Certe cose succedono solo in Canada.<br />
Ma è solo per dover ammettere con rammarico che il nostro popolo cangiante in questi casi non c’è mai.<br />
Un violinista, colto ma di mente aperta; di classe ma popolare nell’animo; tecnicamente voluttuoso ma raffinato e solido nell’invenzione.<br />
Un EP composto da quattro brani significativi e un album altrettanto significativo uscito nello stesso anno. Eppoi in concerto da solo, un violino, una tastiera e una loop station. Risultato: una sinfonia articolata e semplice che emoziona e stupisce. Musica libera.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Andrew Bird: Noble Beast (2009). Set up simile, una chitarra, un violino e una loop station: ripetitivo? No! Nuovo.</h6>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-106" title="neil_young" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/neil_young-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />NEIL YOUNG</h3>
<h4>Le Noise</h4>
<p>Label: Reprise Records<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•</h1>
<p>In un&#8217;altra vita ci potremmo porre di fronte a questo disco dicendo: de gustibus. Oppure potremmo citare i padri filosofi dell’estetica contemporanea. Oppure potremmo affidarci a quell’idea secondo qui il bello e il brutto sono concezioni relative, che dipendono da circostanze culturali e sociali e che non seguono alcun principio di universalità. Invece, in questa vita, dobbiamo purtroppo dirlo: Le Noise, malgrado l’appetitoso titolo anglo-francese è un album inconsistente: un capriccio intellettuale?</p>
<p>Ti piace? Ascolta Pat Metheny: Zero Tolerance for Silence (1994). Anche qui: per alcuni spazzatura, per altri interessante trasgressione.</p>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-107" title="aloe_blacc" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/aloe_blacc-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />ALOE BLACC</h3>
<h4>Good Thing</h4>
<p>Label: Vertigo, Universal<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••</h1>
<p>A volte le sonorità più normali hanno la forza propulsiva delle novità. A volte i generi più riconoscibili sanno stupire come un’intuizione inattesa. Quando accade questo?<br />
Accade ogni volta che ci sbagliamo: ogni volta cioè in cui facciamo l’errore di mettere davanti alle orecchie tutta quella serie di cerimoniosi pensieri razionali che disegnano bene le cose tanto quanto non ne consentono il volo. Aloe Blacc esce con un disco banalmente bello, semplicemente semplice, elegantemente accogliente.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Unplugged di Alicia Keys (2005). L’album live di una promessa mantenta per tre dischi consecutivi.</h6>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-103" title="yann_tiersen" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/yann_tiersen-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />YANN TIERSEN</h3>
<h4>Dust Lane</h4>
<p>Label: Mute<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••</h1>
<p>Divenuto famoso fuori dalla Francia con la colonna sonora de “Il favoloso mondo di Amélie”, Yann Tiersen, rockers, minimalista e sperimentatore è un musicista da seguire. Mai fermo, ripetitivo o categorizzabile. Dust Lane è un album introverso e melodico, calmo e autunnale, tuttavia disegna una calma, una melodia e un autunno diverso.<br />
Nelle voci narranti c’è la Francia, negli andamenti veloci l’Inghilterra, nei corali l’est Europa: un mix dialogico, un dialogo analogico.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Arcade Fire: Neon Bible (2007).</h6>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-102" title="tunng" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/tunng-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />TUNNG</h3>
<h4>… And Then We Saw Land</h4>
<p>Label: Full Time Hobby<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>L’hanno chiamata folktronica, io direi elettrolk. La cosa bella dei Tunng, inglesi, morbidi e spigolosi, classici e sperimentali è il sapore unico e riconoscibile delle loro note. Tanti suonini strani qua e là, accoppiati con gusto, usati con classe.<br />
Ma non sono i suonini strani a caratterizzare il loro mondo. E’ il loro mondo a caratterizzare i suonini. …And Then We Saw Land esce a tre anni dal precedente Good Arrows, conferma l’attitudine e la freschezza della band: un nome onomatopeico per lo stupore.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta i Decemberists: The Hazards of Love (2009). Sicuramente meno sperimentali e più folk, ma altrettanto solidi</h6>
<p><img class="size-thumbnail wp-image-81 alignleft" title="The Temper Trap - Conditions -" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/The-Temper-Trap-Conditions-Front-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></p>
<h3>TEMPER TRAP</h3>
<h4><em>Conditions</em></h4>
<p>Label: Liberation (AUS) – Infectious Records (UK)<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>La voce dei Temper Trap, Dougy Mandagi, è una linea fine e solida di intimismo e autocompiacimento, vanità e forza interiore. Conditions, album d’esordio della band australiana è stato prodotto da Jim Abbiss, produttore inglese di Arctic Monkeys, Kasabian, KT Tunstall. Nel disco troviamo brani come “Science of Fear”, “Soldier on” e “Resurrection”, destinati ad essere belli per altri dieci anni. Voglia di melodia, voglia di profondità, di ballare, di energia e tempra.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Alberta Cross: Broken Side of the Time (2009). Anglo-americani dal nome misterioso: un anagramma da svelare.</h6>
<h3><img class="size-thumbnail wp-image-84 alignleft" title="animal kingdom" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/animal-kingdom-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></h3>
<h3>ANIMAL KINGDOM</h3>
<h4><em>Signs and Wonders</em></h4>
<p>Label: Warner<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••••</h1>
<p>Non si possono catalogare altrove che nella sezione indie rock. Ma, e c’è un ma grande quanto una casa, anche i Rolling Stones non possono che appartenere alla categoria band inglesi. E anche l’aurora boreale non può che essere catalogata sotto “fenomeni atmosferici”. E anche la Villa d’Este non è che una “casa”. Gli Animal Kingdoms sono londinesi, intensi, sospesi e struggenti come l’autunno. Anche loro appartengono all’epoca delle vocalità sommesse e delle emozioni forti.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Ian Brown: Solarized (2004). Il cantante degli Stone Roses è importante quanto misconosciuto, qui in Italia.</h6>
<h3><img class="size-thumbnail wp-image-82 alignleft" title="sting" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/sting-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />STING</h3>
<h4>Symphonicities</h4>
<p>Label: Deutsche Grammophon<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>•••</h1>
<p>Come lo metti lo metti, cotto a vapore, al dente, ripassato in padella o crudo, Sting è sempre Sting. Non ne sbaglia una. Le canzoni sono belle, profonde e emozionanti.<br />
Gli arrangiamenti curati ed evocativi sono del produttore, compositore e arrangiatore americano Rob Mathes con tre brani di Steven Mercurio, David Hartley e Jorge Calandrelli. Le registrazioni per lo più all’Abbey Road; una menzione particolare per &#8220;The Pirate’s Bride&#8221; registrata da Elliot Scheiner nei Clinton Recording Studios, NY.<br />
Meno riuscita forse la trasposizione sinfonica dal rock, ma quando siamo nel mondo dell’intimità è magia che libra nell’aria.</p>
<h6>Ti piace? Leggi il libretto di Sting: “Broken Music”, Mondadori. È un’autobiografia scritta da uno che merita anche di essere considerato un vero scrittore. Inizia con l’assunzione di un fungo allucinogeno.</h6>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-80" title="swanlights" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/swanlights-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />ANTONY &amp; THE JOHNSONS</h3>
<h4>Swanlights</h4>
<p>Label: Secretly Canadian<br />
Formato: Cd, download</p>
<h1>••</h1>
<p>Uff, una fatica incommensurabile e anche un dolore grande dover ammettere che questo album di Antony risulti un’eterna introduzione a qualcosa che non arriva. E non è neanche un’intro particolarmente speciale. Il suono è il suono magico di sempre, ma non c’è l’altra faccia della medaglia di sempre: l’intuizione melodica, il genio, la sorpresa emotiva, il trasporto meravigliato.<br />
Una moneta ad una faccia sola è una moneta attaccata sull’asfalto. Pur sempre di valore. Ma inutilizzabile. Speriamo che Antony sappia staccarla, ripulirla e ridarcela nella sua magnifica lucentezza.</p>
<p>Ti piace? Ascolta i Felice Brother: Yonder is the Clock. Americani anche loro, meno classici e più folk ma ugualmente intensi.</p>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-79" title="Andreya-Triana" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Andreya-Triana-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />ANDREYA TRIANA</h3>
<h4>Lost Where I Belong</h4>
<p>Label: Ninja Tune<br />
Formato: Cd, download, ed. speciale vinile</p>
<h1>••••</h1>
<p>Il soul, sembra sempre cristallizzarsi intorno a qualche suono particolare, alle vocalità calde di ottimi interpreti ed alla sapienza di grandi arrangiatori. Ma il mestiere di tanto abili produzioni offusca spesso la qualità della musica. Andreya Triana è una straordinaria eccezione a questo trend da catena di montaggio musicale. Londinese, prodotta da un musicista-DJ delle sue parti, Bonobo, scrive canzoni che includono il rock, il pop, l’R&amp;B. MA sono soprattutto canzoni belle, intense, ricche di spunti e intuizioni melodiche. Una perla intimista.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta Rachael Yamagata: Elephants&#8230;Teeth Sinking Into Heart. Un’altra perla di passione. Rock e dolce.</h6>
<h3><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-83" title="Arcade Fire" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/Arcade-Fire-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />ARCADE FIRE</h3>
<h4>The Suburbs</h4>
<p>Label: Merge (US) Mercury (UK)<br />
Formato: Cd, download.</p>
<h1>•••</h1>
<p>L’attesissimo album degli Arcade Fire esce a cinque anni di distanza dal primo, acclamato, celebrato, premiato, Funeral. Purtroppo la maturità non corrisponde sempre alla freschezza e questo è il suo limite. Il tour 2010 ha portato alcuni mesi fa gli Arcade a Bologna dove la splendida performance ha risentito di un’unica grande difficoltà: un inconveniente simbolico. Nulla è stato al livello dell’ultimo brano: Wake Up. Wake Up è una di quelle canzoni che raccolgono l’anima di un’epoca, la cui eco risuonava dentro di noi prima che l’ascoltassimo, la cui energia plasma il canto di ogni passante. Un disco trattenuto e un live patinato, loro bravissimi.</p>
<h6>Ti piace? Ascolta The Dears: Missiles (2009). Canadesi anche loro, brutalmente personali, dolci, romantici e graffianti.</h6>
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		<title>N.3 &#8211; CAMBIARE</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 22:38:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>injun_column</dc:creator>
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		<description><![CDATA[esterno contro interno
Le femmine vogliono fare le veline e i maschi i calciatori. E questo è un problema. Ma non è un problema in sé. Perché a voler fare la velina o il calciatore non c’è niente di male se la struttura psichica che accompagna questa scelta è una struttura solida. Diventa un problema invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>esterno contro interno</h2>
<p>Le femmine vogliono fare le veline e i maschi i calciatori. E questo è un problema. Ma non è un problema in sé. Perché a voler fare la velina o il calciatore non c’è niente di male se la struttura psichica che accompagna questa scelta è una struttura solida. Diventa un problema invece quando questo desiderio rispecchia l’invasione del fuori nel dentro. Del collettivo nell’individuale. Quando questo desiderio non è altro che il desiderio degli altri proiettato all’interno si sè. Quando una persona annulla l’identità in nome di un’aspirazione altrui. Non è la mia aspirazione ma la faccio diventare mia perché mi convince. Mi invade. Conquista il mio spazio privato e diventa me. Mi domina e mi sovverte.<br />
Ma io, in tutto questo, dove sono? Non facciamo il giochetto scorretto di indirizzare tutta l’attenzione solo alle due voci più di moda del momento. Il problema è più ampio e richiede uno sguardo più accorto.<br />
Partiamo dal sogno, la cosa più intangibile che possa esserci.<br />
Nella nostra società si privilegia da secoli la dimensione pubblica delle cose e delle esperienze. Una macchina, un libro, una chitarra, sono di gran lunga più “reali” di un sogno. Il sogno è privato, non comunicabile, non visibile, quindi meno reale.<br />
E dunque, portando questo discorso alle estreme conseguenze, succede che diventano più reali le cose maggiormente condivise, conosciute e comuni. Per inerzia, paura o indolenza, questi oggetti catalizzano le attenzioni e conquistano l’immaginario. Succede che questi oggetti si sostituiscono alle persone.<br />
Nella musica succedono cose analoghe. Si può dire? Ma si diciamolo. <img class="alignright size-full wp-image-56" title="einstein" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/einstein.jpg" alt="" width="283" height="177" /><br />
Sei un ragazzino con la chitarra, hai quattordici anni, sogni di fare il musicista da grande. C’è un cantante famoso che non ti piace per niente. Chiamiamolo Cantante X. Ora hai vent’anni, stai per diplomarti, sei un bravo musicista. Il cantante che non ti piace prosegue magnificamente la sua carriera. Hai venticinque anni, hai la musica nelle vene, cominci a suonare da professionista. Un giorno il cantante famoso ti contatta per suonare nel suo tour estivo. Ti senti onorato, realizzato, felice. Finalmente un lavoro vero. Finalmente anche tu fai parte del mondo dei professionisti. Il tour va bene, il cantante è soddisfatto. Conquisti la stima degli altri musicisti. Ti chiamano ancora. Il cantante non ti piace manco adesso. In macchina continui a sentire Genesis e Duke Ellington. Eppure nella prima voce del tuo curriculum c’è il nome del Cantante X. È la cosa più professionale che tu abbia mai fatto. La più importante.<br />
Va a finire che quello “sporco lavoro”, quella marchetta diremmo a Roma, è la cosa più riconosciuta che hai per le mani.<br />
Quindi inizia la scissione.<br />
Tutti ti riconoscono come un bravo professionista perché sei in tour con il Cantante X: la stima nei tuoi confronti aumenta. Dentro di te però sai che questo consenso è scollegato da ciò che tu ami fare. Il mondo ti acclama per una cosa che non condividi.<br />
Questo è un grande problema.</p>
<h2>la televisione</h2>
<p>Purtroppo la televisione italiana è caratterizzata da un fattore analogo. Tutti le maestranze che ci lavorano, dall’autore al regista, non sono fiere di quello che stanno facendo. Certo lo sono dal punto di vista professionale, perché stanno lavorando ai massimi livelli. Ma questi massimi livelli sono i massimi livelli degli altri.<br />
Ora, è chiaro, sto generalizzando. Esistono delle oasi felici. Ma è anche vero che il successo di una serie come Boris non è scollegata dalla realtà. Paradossalmente il lavoro più pulito lo fanno quelli che prendono in giro il sistema televisivo.<br />
C’è qualcosa che non va.<br />
Saltiamo a piedi pari ogni tipo di considerazione sulla qualità della televisione italiana, dell’intrattenimento, dell’informazione, della cultura. Andiamo diretti a riflettere su quanto la televisione sarebbe migliore se ogni autore, regista, operatore, si sentisse fiero e realizzato intimamente del proprio lavoro. Se venisse cancellata quella sensazione di fare “quello che m’hanno chiesto”. Se ciascuno si mettesse in gioco rischiando e proponendo ciò in cui crede davvero.<br />
Il problema è che questo sistema di cose sta cancellando proprio questo: il credere in qualcosa.<br />
Sfiducia, impossibilità di cambiare le cose, cinismo, qualunquismo. Dalla politica alla musica, giù per il rock.</p>
<h2>la discografia</h2>
<p>Che c’entra tutto questo con la musica?<br />
La discografia italiana è figlia di questo stesso sistema di cose. Quando arrivano i Radiohead ci tocca sorbire dieci anni di suoni “alla Radiohead”. Nessuno si rende conto tuttavia che se c’è una cosa da imparare dai Radiohead, non si tratta del suono, bensì dell’attitudine. Si tratta di investire sulla diversità, sull’alterità, sull’unicità. E l’unicità di una band, prima di essere famosa, è strana.<br />
Prendiamo X Factor. Una volta la discografia delle major si bloccava intorno a Sanremo. Ora c’è anche il flusso delirante dei talent show.<br />
Ma è possibile mai che la discografia italiana debba soffrire di tanto provincialismo? Debba rincorrere modelli tanto umili?<br />
Il problema non è X Factor, che deve esserci ed è anche utile. Il problema è che, a differenza di altri paesi, qui c’è solo quello.<br />
Con chi ce la dobbiamo prendere?<br />
Con noi stessi. L’errore più primitivo sarebbe delegare le colpe all’esterno. Iniziamo noi, ognuno nel proprio piccolo a promuovere un diverso livello di verità in quello che facciamo. Onoriamo ciò in cui crediamo dentro e fuori casa, parliamone, coinvolgiamo gli altri. Questa è la chiave. Non usiamo il tempo come vomitatorio delle frustrazioni. Usiamolo come luogo di proposta.<br />
Diciamo cosa pensiamo al lavoro, al capo, al responsabile superiore. Diciamolo per migliorarci e migliorare. Con umiltà e rispetto. Un’idea gentile e genuina, anche se di rottura, non fa che migliorare il mondo.</p>
<h2>una strana realtà</h2>
<p>La cosa più bislacca che accade ogni giorno intorno a noi è vedere come, pur lamentadosi dello stato delle cose, si persevera nel riprodurle. La cosa più bislacca è che i discografici si lamentano di quanto il mondo discografico sia fermo e arenato su stilemi monocorde. La cosa più bislacca è che sono gli stessi discografici a sentirsi schiavi di un sistema di cose che li obbliga a compiere scelte forzate.<br />
Dall’altra parte della barricata invece: “i rivoluzionari”. Scollegati da qualsiasi possibilità di firmare un contratto discografico, ambasciatori della missione della musica pura, non commercialona, lottano in una battaglia dall’esito già scritto. I primi svolgono lo sporco lavoro di successo; i secondi il bel lavoro di insuccesso.<br />
C’è qualcosa che non va in questa stigmatizzazione. C’è qualcosa di poco sereno. Anche perché poi che succede: che il mainstream lavora sul patinamento senza pietà, e l’underground produce anche cose poco significative difendendosi dietro i valori dell’indipendenza e dell’autonomia. E queste due tendenze colludono nel mantenere le cose come sono.<br />
Proviamo a rimescolare le carte. Rimescolarle non significa mettersi a tavolino e programmare strategie d’azione alternative. Significa fare uno sforzo molto maggiore: significa prendere sul serio ciò che pensiamo e cercare di ottimizzare al massimo ogni occasione che ci si presenta. Significa smettere di agire pensando all’ipotetico pubblico in cerca di banalità, significa rischiare, mettersi in gioco, uscire dalla logica dello sporco lavoro. Significa rischiare in prima persona: fare le cose come crediamo vadano fatte ed accogliere la possibilità di sconfitta come una possibilità che ci riguarda in prima persona senza far ricadere gli esiti negativi al dominio simbolico ed espiatorio di “ciò che ci è stato chiesto di fare”.</p>
<h2>la politica della musica</h2>
<p>Sembrerebbe un discorso politico. Si, in realtà lo è. Possiamo applicarlo ad ogni campo della vita, delle relazioni, delle attività di ogni giorno. Con diplomazia, sincerità e onestà, proviamo a farci i portavoce dei nostri valori. L’informatico statunitense Alan Kay una volta ha detto: &#8220;Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo&#8221;. E non è un caso che la visione di uno dei padri fondatori della tecnologia informatica moderna coincida con quella di uomini politici come Mahatma Ghandi (“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”).<br />
Mi capita troppo spesso di inoltrarmi in lunghe conversazioni sullo stato della musica e del cinema con produttori e discografici e mi rendo conto che nel novanta per cento dei casi la discussione non è una vera conversazione: è uno sfogo. Un’eruzione di energia trattenuta, convinzioni inespresse, desideri repressi. Perché, viene da chiedersi, pur svolgendo un lavoro meraviglioso ci si ritrova nel privato a lamentarsi dello stato delle cose?<br />
Allora mi viene in mente Walt Disney che sembra racchiudere con un pensiero parte della filosofia orientale: &#8220;L&#8217;unico modo per iniziare a fare qualcosa è smettere di parlare e iniziare a fare&#8221;.<br />
La chiave di volta di questo discorso non è “cosa” fai. Ma “come” lo fai. Anche un gelataio può essere rivoluzionario nel modo di servire il suo gelato: si può ancora trasmettere ai bambini che vanno a comprarselo quel senso di “premio”, di momento speciale, che forse solo le vecchie generazioni ricordano?<br />
Allora per ritornare a dare un senso alle cose piccole non bisogna essere necessariamente docenti di Filosofia Estetica alla Ca’ Foscari. E per dar senso alle cose grandi non bisogna essere necessariamente il presidente della Sony.</p>
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		<title>N.2 &#8211; GLI STRUMENTI DELLA MUSICA</title>
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		<pubDate>Sun, 01 May 2011 10:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>injun_column</dc:creator>
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		<description><![CDATA[l’opera di ieri
- E cosa hai fatto tutti questi anni?
- Ero a Detroit
- E che facevi?
- Il muratore.
Cosi mi ha risposto uno dei più grandi. Uno che si pensava che fosse morto già da qualche anno. Da quando una nota rivista inglese aveva pubblicato una sorta di appello-congettura per avere sue notizie. Secondo alcune voci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>l’opera di ieri</h2>
<p>- E cosa hai fatto tutti questi anni?<br />
- Ero a Detroit<br />
- E che facevi?<br />
- Il muratore.<br />
Cosi mi ha risposto uno dei più grandi. Uno che si pensava che fosse morto già da qualche anno. Da quando una nota rivista inglese aveva pubblicato una sorta di appello-congettura per avere sue notizie. Secondo alcune voci si era suicidato sul palco di un concerto dopo aver cantato “Thanks for your time”. Altri lo davano morto per overdose, rinchiuso in un ospedale psichiatrico e infine in carcere per l’omicidio della sua ragazza.<br />
Invece una mattina, mentre va al cantiere dove lavora, scopre per caso di essere disco di platino in Sud Africa. Le vendite vanno benissimo anche in Nuova Zelanda e Australia.<br />
Così Sixto Diaz Rodriguez, in arte Rodriguez, ri-inizia la sua carriera di musicista e lentamente il mondo si ri-accorge di lui.<br />
Nato nel 1942 a Detroit da genitori immigrati messicani, a ventisette anni registra il suo primo album che esce l’anno successivo: “Cold Fact”. È il 1970. L’album è prodotto da Mike Theodore, produttore e musicista attivo nella scena soul e motown, e vede la partecipazione di Dennis Coffey, storico chitarrista funk.<br />
Ma non sono le partecipazioni a rendere un disco speciale. Cold Fact è un album raro e straordinario, un classico non minore ai migliori album di Bob Dylan o James Brown.<br />
Quando ascolti un album e ti sembra di ascoltare una compilation dei migliori brani della carriera di un artista allora significa che dentro c’è davvero qualcosa di buono. Eppure si tratta di un album di debutto.<br />
<img class="size-thumbnail wp-image-41 alignleft" title="Rodriguez // Cold Fact" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/pic01-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Nel 1972 esce il secondo vinile: “Coming from Reality”, ma l’insuccesso di vendite lo relegherà, assieme al suo autore, nel dimenticatoio.<br />
In Sud Africa invece, il disco vive autonomamente, si diffonde, viene mandato in radio e ristampato. Durante gli anni novanta le vendite giungono a 60.000 copie. Tutti però credono che Rodriguez sia morto.<br />
Solo nel 1997 un giornalista inglese si metterà sulle sue tracce e scoprirà che seppure all’oscuro del successo che lo sta consacrando altrove, Rodriguez è vivo e vegeto.<br />
L’ho incontrato a Roma nel 2009, una grande voce, grande energia, grande poesia. A sessantasette anni, con qualche problemino di vista e un amore sfrontato per il vino, sta sul palco con la naturalezza di chi merita di starci. Abbiamo girato in macchina di notte per cercare un posto per bere e mangiare qualcosa, in una serata divertente e adrenalinica. Oltre queste poche informazioni sulla sua vita e quelle poche ore passate insieme non posso sapere, e non ho nessuna voglia di mettermi a fare digressioni sul suo carattere, la personalità e il temperamento. Digressioni e vaneggiamenti che andrebbero solo a nutrire il paragrafo “essere-apparire” del libro del mondo. Però, una cosa la posso dire. E con cognizione di causa. Rodriguez, a quarant’anni dalla pubblicazione del suo primo disco, non lo conosce nessuno. Ma Cold Fact è un disco importante e suggestivo. E lo è in modo indipendente.<br />
Indipendentemente da tutto. Questa volta, anche dal pubblico. “Sugar Man” è una di quelle canzoni che già al primo ascolto risultano un classico. Tutto l’album nella sua dolcezza di suoni e rudezza di parole è un classico. Gli arrangiamenti poi lo storicizzano e lo rendono mitico. Sto esagerando? No, per niente. Clarinetti, basso elettrico come si faceva una volta, sintetizzatori ante-litteram, chitarre suonate senza fronzoli: tutto va a formare un insieme organico e formalmente ineccepibile. In poche parole un capolavoro. Oggi Rodriguez ha ripreso a fare date in giro per il mondo e non ha mai smesso di scrivere canzoni: speriamo di poter ascoltare presto il sequel di una storia ingiustamente interrotta.</p>
<h2>l’opera di oggi</h2>
<p>Il liuto per secoli ha dominato la scena musicale colta e popolare. Lo suonavano tutti, compositori colti e musicisti di strada, damigelle di buona famiglia, attori girovaghi e puttane. Fino al XVII secolo il liuto è stato ciò che è oggi la chitarra: lo strumento raffinato di Paco de Lucia e quello col canzoniere da spiaggia.<br />
Ad un certo momento però il liuto scompare e non torna più. Viene soppiantato dalla presenza di strumenti sempre più sonori. L’orchestra rinascimentale con i liuti, le viole da gamba e i flauti lasciano il posto ai violini, chitarre, celli e pianoforti.<br />
La storia degli strumenti musicali è per certi versi la storia dei volumi degli strumenti musicali. Tanto più l’auditorium si fa capiente, tanto tendono ad eclissarsi gli strumenti con una vocazione al silenzio.<br />
Non è un fatto di qualità. Il liuto rinascimentale (quello che suona l’angelo di Caravaggio per capirci, che ha dai sei ai dieci cori, ovvero da undici a diciannove corde) il barocco (con tredici cori, cioè venticinque corde), la tiorba (con le sue corde di bordone lunghissime) sono strumenti di immensa ricchezza timbrica, ma la loro fattura non gli ha permesso un altrettanto grande sviluppo del volume.<br />
Se solo i microfoni fossero apparsi qualche secolo prima oggi forse Eric Clapton suonerebbe il liuto col wah-wah e Sylvius Leopold Weiss sarebbe universalmente noto, come il suo amico Johann Sebastian Bach. Anche l’opera è in un certo senso la conseguenza di una questione di volumi. Si fa grande il palco, si recita cantando, aumentano gli spettatori e non si sente più niente. Anche qua, i lavalier non esistono ancora, e quindi: voce!<br />
A volte ho come l’impressione che tutto questo cantare voluminoso rasenti il ridicolo, risulti sguaiato e per niente bello. A volte mi sembra una grossa nevrosi collettiva che ci ha educato a credere quanto questa vocalità sia bella ed emozionante. Sinceramente se ripenso all’approccio che hanno I bambini con questa musica mi vengono in mente solo le grosse risate che ne scaturiscono.<img class="size-thumbnail wp-image-40 alignright" title="Frans Hals: Buffone che suona il liuto (1623 circa)" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/pic02-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Bambini ignoranti. Sono pochi in effetti I cantanti che sembrano avere nelle vene quella capacità naturale di giungere tanto lontano con la voce, per il resto mi sembra per lo più si tratti di grossi esercizi di stile. Come una gara di sollevamento pesi in cui l’estetica del corpo umano è talmente spinta che una giuria di esperti analizza al millimetro ogni singola striatura di muscoli e definisce secondo canoni internazionali cosa debba essere considerato “bello”.<br />
Non è bello ciò che bello, ma è bello ciò che piace. E dunque massimo rispetto per i gusti di tutti. Come diceva qualcuno: de gustibus non disputandum est. I gusti non si discutono.<br />
Insomma, messi da parte i capolavori della lirica di cento, duecento, trecento anni fa, cosa resta oggi? &#8220;Ca ira&#8221;, l&#8217;opera ispirata alla Rivoluzione Francese di Roger Waters viene accusata di non è essere un&#8217;opera: è un musical, secondo i critici musicali. Mentre alcune accozzaglie di suoni senza un briciolo di cuore vengono considerate grandi lavori di ricerca musicale.<br />
Ma se invece di porci di fronte alle cose con lo sguardo pre-impostato da qualcun altro le guardiamo con un pizzico in più di freschezza, ci accorgiamo di tante cose.<br />
Io credo che il recitativo sia una grande scocciatura, e per giunta per niente bello. Credo anche che un microfono possa aiutare a donare maggiore dinamica ad una esecuzione dal vivo. Credo inoltre che i grandi lavori di scenografia dentro i teatri possano usufruire senza snobismo di ogni altro mezzo visivo disponibile. Credo che come il fonico non debba più tagliare a mano il nastro magnetico delle bobine, anche lo scenografo possa a buon diritto mescolare falegnameria e editing digitale. Credo inoltre che i talenti di oggi si rivolgono al mondo di oggi come i talenti di ieri si rivolgevano al mondo di ieri. Quando Caravaggio dipingeva una tela stava utilizzando il massimo della tecnologia disponibile della sua epoca. I colori, i trabattelli, le cornici intagliate erano allora il luogo più avanzato della tecnologia. Non dobbiamo guardarli oggi come residui mitologici del passato. Dobbiamo guardare a tutto questo come momenti di altissima tecnologia.<br />
Dove sono i talenti oggi? Davvero non esistono più i grandi artisti del passato?</p>
<h2>l’opera di domani</h2>
<p>Il concerto inizia alle nove in punto. La cavea dell’Auditorium di Roma è piena. Si spengono le luci. Sullo sfondo una foresta scura, grande, umida e misteriosa. Il concerto prosegue per due ore con musicisti impeccabili seguiti dalle mani solide di Jelle Kuipers che sul mixer crea uno dei suoni più nitidi e gradevoli che abbia mai sentito.<br />
Eppoi alla fine arriva il momento clou. L’ultimo brano inizia lentamente e sullo sfondo il paesaggio di una landa con un albero in primo piano dal quale volano via lentamente al tempo del vento tante foglie. L’albero si spoglia e le foglie ci vengono incontro cadendo a terra morbidamente come tanti doni della natura. La musica accompagna dolcemente questo movimento, è un tutt’uno emozionale che carica una tensione interiore forte e poetica. Poi entra la batteria, una rullata ritmica quasi militaresca che accompagna l’arrivo della neve. Il vento aumenta, il ritmo aumenta. L’albero si spoglia definitivamente. Ora è nudo e in balia di un vento più movimentato. La musica sale, la neve s’infittisce, appaiono i primi lampi. Ora è pioggia <img class="size-thumbnail wp-image-39 alignleft" title="Jonsi // 2011" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/11/pic03-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /> forte. Le nuvole sullo sfondo si muovono sempre più veloci. Le chitarre distorte si fanno largo come i primi oggetti che il vento spazza via: rami e tronchi d’albero spezzati. La natura è nel suo apice massimo di ribellione. Dell’albero non è rimasto più nulla, la pioggia è ormai orizzontale, forte, struggente e implacabile come la musica sullo sfondo che cresce cresce e accompagna la potenza di questo evento climatico inarrestabile. Il crescendo è implacabile, esplosivo. Le immagini si riempiono di bianco, lampi e nuvole impazzite. Sta per giungere un’esplosione, c’è nell’aria qualcosa di insondabile. Il brano cresce ancora e poi improvvisamente, come una tempesta che finisce, si quieta. La pioggia scompare, la musica sfuma. Arriva il silenzio e con esso un correre di nuvole più morbido e placido.<br />
La platea si sveglia dal sogno, urla e applaude trasportata dallo stupore. Al centro del palco, in piedi, Jonsi, leader e cantante dei Sigur Rós.<br />
Mi chiedo se in questi ultimi sette minuti io abbia mai respirato.</p>
<h2>rodrigues, i liuti e i sigur rós</h2>
<p>Fuori dall’inerzia, dai pensieri prepensati e dalle convinzioni ereditate, guardiamo il panorama della musica oggi. Il panorama tutto. Guardiamo cosa si suona sulla spiaggia, nei conservatori e nei club.<br />
C’è tanta voglia di melodia mi pare. C’è nella musica leggera per definizione, ma c’è tanta melodia anche dentro la musica più indie. Anche i migliori cori heavy-metal nascono da grandi intuizioni melodiche.<br />
Fenomeni di musica alternativa come MGMT, KT Tunstall o Arcade Fire sono fucine di melodia. Melodie originali.<br />
Puntiamo i cannocchiali sulla parola “originale” e dedichiamoci di più ad essa. Aggiungiamo una dose equivalente di “verità”. E stiamo a guardare. Sarà il mondo a parlare.</p>
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		<title>N.1 &#8211; INDIPENDENTI DENTRO</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2011 08:38:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>injun_column</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<h2><strong>la malizia e l’identità</strong></h2>
<p>Secondo il Mercury Prize il 2010 è stato l’anno della band “The xx”. Ora, è chiaro, nessuno intende attribuire a questo Premio lo status di verità. Ma vale la pena dare un’occhiata in giro per il mondo per capire che aria tira. Primo: chi sono gli xx? Se non li hai mai sentiti, probabilmente non hai neanche mai ascoltato Mumford &amp; Sons, Biffy Clyro o i Foals, solo alcuni degli altri candidati. Ma che succede? Cos’è questa, una nuova rubrica per orecchie sopraffine?  Un network musicale di fissati elitari e un po’ snob che parlano di gruppi che conoscono solo loro? Una raccolta di strane band underground?<br />
E’ qui che casca l’asino. La musica è musica, che sia main stream o indie, quello che conta è il suo potere espressivo, la sua forza comunicativa e il coinvolgimento che produce. Se è bella è bella. La fruizione, questo è un altro discorso.<br />
Ogni mese escono mediamente una cinquantina di album e molti di questi sono davvero validi. Ma se non sei abbonato a Mojo, Q The Mag, NME o The Wire in questa grande provinciona che è l’Italia è difficile che tu ne possa sentir parlare. E soprattutto è difficile che tu ne possa sentir parlare con serenità. Una cosa ho imparato leggendo le recensioni dei dischi sulle riviste italiane: che nessuno crede più in niente. Qualsiasi recensione leggiate, si parte sempre dall’assunto che l’artista debba aver attuato una pianificazione a tavolino estremamente razionale. E tanto spesso emerge l’idea che se un disco è bello, allora stiamo parlando di un artista“furbo”, uno che ha capito come usare un certo meccanismo, un sound, un escamotage, un trucchetto in sintesi.<br />
Ma è così davvero? E se fosse solo “bravo”? oppure: sincero? Tutt’altro discorso per esempio se leggete le recensioni sulle riviste inglesi. Improvvisamente viene riconosciuta l’identità dell’artista, la sua personalità, il suo mood, sound, carattere, chiametelo come volete: la sua unicità. E un ambiente che riconosce l’unicità sa anche riconoscere la differenza. E il riconoscimento stesso di questa possibilità nutre nuove identità, sviluppa le potenzialità di ciascuno e allena le sensibilità degli ascoltari a porsi in modo più fresco.<br />
Ma l’ambiente è anche il luogo in cui la discografia attinge. Ed è lo stesso in cui i musicisti si sentono liberi di sviluppare la propria espressività senza l’ansia di dover essere in un modo piuttosto che un altro, senza cioè dover emulare quei due o tre parametri che trasformano il musicista dilettante in professionista ma con l’appiattimento che ne consegue.<br />
È un caso che oggi tutti si lamentino della discografia italiana? Non ho mai sentito nessuno dire: “che meraviglia la discografia italiana!”.<br />
Che peccato.</p>
<h2><strong>credere prima di tutto</strong></h2>
<p>Un disco per quanto patinato, prodotto, arrangiato, è sempre una sorta di spiraglio sulla verità dell’artista, è sempre il frutto di scelte, siano esse lucide o confuse, lungimiranti o emulative, innovative o ripetitive, belle o brutte. Ed ogni singola nota racconta un po’ di quella sensibilità e va accolta e onorata per quello che rappresenta.<br />
La malizia, il retro-pensiero, l’interpretazione a priori non sono proprio gli strumenti migliori per avvicinarsi ad un’opera, qualsiasi essa sia. Ma credere in cosa? Credere, prima di tutto, che quello che stiamo ascoltando sia “vero”. Credere, che quello che abbiamo davanti non debba necessariamente essere il frutto di una fredda e cinica ricerca di mercato. Fare solo questo piccolo sforzo ci costringe a guardare alle cose in modo diverso, ci costringe ad ascoltare di più e meglio. Gli orizzonti improvvisamente si allargano.</p>
<h2><strong>la musica vera</strong></h2>
<p>Per un lungo periodo della mia vita ho pensato seriamente che la musica, quella “vera”, si fosse estinta con la fine degli anni settanta. King Crimson, Genesis, Pink Floyd, Alan Parsons, tutti signori che hanno dato tanto e che ad un certo momento hanno smesso di dare.<br />
Cercavo, cercavo, cercavo dove potessero essere gli eredi, i continuatori. Ma la ricerca produceva davvero pochi frutti. Mi trovavo più o meno nella stessa condizione di un amante di Mozart, a ripetere che i grandi compositori non esistono più. Poi improvvisamente un amico mi parla di una band canadese. Una band per me completamente sconosciuta: erano “The Dears”. Li ascolto per curiosità, con interesse e rispetto per il trasporto con cui me ne aveva parlato. <img class="alignright size-thumbnail wp-image-28" title="The xx // 2011" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/03/pic1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Improvvisamente si dirada una nube, si scioglie un pregiudizio, si rompe qualcosa di obsoleto e si ri-costituisce qualcos’altro di nuovo. Un nuovo mondo si svela alle mie orecchie, un mondo fatto di suoni, di atmosfere, di una scrittura del tutto personale, di strutture senza canoni fissi. Il percorso iniziato con i The Dears mi ha portato a scoprire che oggi esistono alcuni luoghi al mondo che sono fucine inesauribili di artisti talentuosi. Torniamo agli xx dunque, perché vorrei che ogni produttore discografico si rendesse conto che questo trio di giovanissimi ragazzi londinesi è stato accolto pochi mesi fa nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma da una platea dieci volte più eccitata di quella che ha salutato Herbie Hancock e Vinnie Colaiuta a distanza di pochi giorni. Tutto questo è successo prima che gli xx fossero premiati, è successo col passaparola, col web, con le poche riviste che ancora hanno il coraggio di recensire dischi con le copertine brutte e con la passione di una generazione che per fortuna è in grado di ascoltare altro da ciò che gli viene somministrato per inerzia da media scialbi e stereotipati.</p>
<h2><strong>beyoncé e antony &amp; the johnsons</strong></h2>
<p>Sicuramente non possiamo associare questi due artisti in alcun modo. Ancor di più probabilmente possiamo immaginare che ci sia affinità tra i fan dell’uno e dell’altro. Ma forse stiamo facendo un errore. Forse dividersi in tifoserie non fa che oscurare la vista sulle potenzialità dell’altra squadra. Forse la tifoseria per una volta dovremmo lasciarla fuori dalla musica. Antony Hegarty, cantante e leader della band in questione è una figura di spicco della scena indipendente newyorkese. Che significa indipendente? Che con la musica ci campa appena? Che a produrlo è un’etichetta di nicchia? Che il suo disco è distribuito solo nella sua città con il metodo del porta-a-porta? No.<br />
L’indipendenza non è un valore quantificabile. L’indipendenza è prima di tutto un’attitudine. Una disposizione che si può manifestare nell’etichetta di nicchia come nella grande major. L’indipendenza è un universo interiore che sboccia nella realtà.<br />
<img class="alignleft size-thumbnail wp-image-27" title="Antony &amp; The Johnsons // 2011" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/03/pic2-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Quando Antony ha cantato per la prima in volta in pubblico la versione di “Crazy in Love” di Beyoncé nessuno all’inizio se n’è accorto. Ma arrivati al ritornello con grande stupore è toccato ammetterlo a tutti: quella canzoncina apparentemente così leggera, frivola, non era niente male. Anzi assimilata e reinterpretata col cuore e la voce di un cantante così spirituale, ha assunto una profondità inaspettata, un’intimità in netto contrasto col clamore della sua versione ufficiale. Questo significa qualcosa di grosso. È un cortocircuito che bisogna rispettare.<br />
Antony ha dimostrato come un prodotto del main stream più strepitante possa contenere il nucleo del suo opposto. E l’ha fatto in completa indipendenza. L’ode alla musica indie che stai leggendo non è l’ode alla musica strana. Non è l’ode alla musica da intenditori. Non è l’ode alla musica di una elite. L’ode alla musica indie è un inno all’autonomia e all’emancipazione. È chiedersi prima di tutto come musicista, discografico, produttore: chi sono io. Cosa amo, come mi esprimo.<br />
Esprimersi e non essere espressi da un contenitore che riteniamo essere il contenitore giusto. Quest’atto così personale e soggettivo è lo spartiacque del futuro. È l’atto più altruistico che si possa immaginare. Ripartire dalle identità significa alimentare le differenze. E sono le differenze che producono il progresso, spirituale e concreto di una società.</p>
<h2><strong>osare di più, pensare di meno: tutti</strong></h2>
<p>Ora la questione è: quanti produttori sarebbero interessati a produrre un album di Herbie Hancock con la partecipazione di Vinnie Colaiuta? Quanti invece avrebbero investito in un trio di ragazzi londinesi vestiti di nero e anche abbastanza cupi? Forse la risposta è che bisogna osare di più. Smettere di pensare che il pubblico è un po’ scemo e vuole sentire solo bei vocalizzi dentro a una canzone fatta di: strofa-strofa-ritornello<br />
strofa-ritornello<br />
bridge-ritornello<br />
Il pubblico, è intelligente, furbo, sagace, sapiente e meno complicato di tutti i discorsi possibili. Il pubblico è la somma di me e te. Il pubblico vuole trovare solo quel granello di verità che nell’universo forse rappresenta poco, ma che nella galassia della propria autoradio vale molto davvero. <img class="alignright size-thumbnail wp-image-26" title="The Niro // 2011" src="http://www.stefanolentini.com/blog_column/wp-content/uploads/2011/03/pic3-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" />Due anni fa ero a Trieste e un amico mi porta in un localetto a vedere il concerto di un mio “compaesano”, una band di Roma “col nome di un attore”. “Ah”, penso io, “sarà il solito concertino alt-rock noioso”. Entriamo, ci prendiamo una birra, ci sediamo ai lati del palchetto sulle sedie di paglia bucate, e aspettiamo. La sala non è vuota, ci sono una cinquantina di ragazzi sparsi qua e là, al bancone del bar, all’ingresso a fumare, seduti a chiacchierare. Arrivano silenziose tre persone e si posizionano dietro i rispettivi strumenti, il concerto inizia morbidamente. Passano, uno, due, tre, cinque, dieci minuti: la sala si fa sempre più silenziosa e attenta. Il pubblico è stregato. Davide Corbusti, in arte “The Niro” si presenta in trio: chitarra, basso e batteria; così come i Police ci hanno insegnato che funziona. Della sua musica, dei suoi arrangiamenti, del suo uso della chitarra, non possiamo che rilevarne la libertà. Una libertà che si scontra con i canoni statici della discografia nostrana.<br />
Ma e c’è un ma, qualcuno in questo paese sa ancora ascoltare. E The Niro pubblica un ep e un album con una major, apre concerti importanti come Deep Purple, Okkervill River, Isobel Campbell, Carmen Consoli, Jonsi, Kings of Convenience, Amy Winehouse.<br />
L’espressione “l’eccezione che conferma la regola” non mi è mai piaciuta. Qui è il caso di dirlo: questa è un’eccezione che contrasta la regola. Per fortuna.</p>
<p><em>P.S.</em></p>
<p><em>La chitarra con tre palette e 42 corde non è un fotomontaggio, si chiama Pikasso ed è stata realizzata da Linda Manzer, liutaia canadese.</em></p>
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